Nel 1967 Guy Debord scrisse un saggio dal titolo, appunto, La società dello spettacolo.

Come scrive Pasquale Stanziale nella sua introduzione all’edizione del 2002 per i tipi della Massari editore, questo testo “risulta uno dei testi fondamentali per la lettura e la critica del capitalismo novecentesco nel suo sviluppo“.

Ma al di là delle dense pagine del testo e della sua rappresentazione dei meccanismi economici e sociali che a suo dire impregnano il nostro vivere quotidiano, non c’è dubbio che la dimensione dello spettacolo sia diventata col tempo sempre più pervasiva e riconoscibile.

Guardare in televisione o partecipare ad un concerto rende evidente gli ingredienti di questa ricetta.

Ad uno spettatore anonimo, che ci rappresenta tutti in questa nostra funzione, si contrappone un’offerta spettacolare costituita sempre da alcuni elementi: il marchio, il contenuto, l’offerta. Questi tre elementi devono essere coerenti tra loro e costantemente riproposti.

La novità è che questa impostazione si è estesa ad ogni rapporto con lo spettatore anonimo. Ovvero vale per chiunque svolga una funzione pubblica, sia essa politica, economica o culturale. Tutte le volte che si hanno rapporti con un fruitore (spettatore) è bene essersi chiariti prima quale sia il genere all’interno del quale ci si vuole muovere, quale il contenuto che si vuole proporre e quale il modo migliore per proporlo e, infine, quale sia il marchio (nome, titolo, atteggiamento, postura) più coerente da assumere da parte di chi quel contenuto ha creato. Fuor di metafora: vale anche per gli artisti, titolo generico che non per niente sempre più viene adottato per ricomprendere ogni attività di creazione e offerta di contenuti culturali (o supposti tali). Sono artisti i cantanti, i musicisti, gli attori, i registi, i pittori, gli scultori, i fotografi, i grafici e da un certo punto di vista tutti i creativi dell’industria della comunicazione e pubblicità.

Opporsi a questa generalizzazione è tanto doveroso, quanto inutile. Inutile perché per tutti valgono le stesse regole, quelle per l’appunto dello spettacolo.

Così ragionando, chi voglia proporre contenuti culturali (che so, un pittore) deve chiarirsi e chiarire con la maggior determinazione possibile quale sia il genere nel quale vuole esprimersi (figurativo, astratto, materico, installazioni, performance, ecc), quali siano i contenuti con i quali declinerà questo genere, quale sia il modo migliore per proporre tali contenuti e, di conseguenza, quale debba essere la propria postura, quali le parole e quale il proprio aspetto (quello che universalmente viene detto “look”)

Nella società dello spettacolo l’artista ha un limitato spazio di manovra, dovendo fare attenzione, per non creare disaffezione e confusione nel proprio pubblico, a non deviare mai dal genere prescelto, continuando ad offrire contenuti coerenti, proposti sempre con modalità simili e perseguendo una coerenza di personaggio tale da non sorprendere il pubblico. Sempre che il genere prescelto non sia quello, abbastanza frequentato specie nelle arti figurative, della provocazione. Lì la sorpresa fa parte dello spettacolo e deve essere sempre all’altezza delle attese, senza eccessi tali da smuovere moralità o, al contrario, la noia.

Più si diventa noti e famosi, più si ri-acquista un limitato spazio di manovra. Limitato. Molto limitato, soprattutto se ci si riferisce alla produzione artistica, che anche a grande livello di notorietà non può e non deve infrangere ciò che gli spettatori si attendono.

Solo lo spettatore protetto dalla propria anonimato è libero, libero di cambiare gusti, pensieri, modi di vestire, generi frequentati. Il professionista della società dello spettacolo no. Libertà che mantengono (in parte) coloro che si pongono ai lati di tale consesso (i dilettanti), ma che pagano con la irrilevanza della loro azione.