Rubo (con il suo permesso) da Nazzarena Bernardi (per il tramite di Ileana Gobbo).

Nazzarena scrive de “La meravigliosa Madonna Sistina di Raffaello, colei che “ha vissuto la nostra vita” per Vasilij Grossman.

La Madonna Sistina è stata commissionata da papa Giulio II, destinata ad essere pala d’altare all’interno della chiesa a Piacenza del monastero benedettino di San Sisto, nel 1512.

L’opera verrà poi donata al re Federico Augusto III, al costo di 25 mila zecchini per risanare le casse dell’ordine ecclesiastico benedettino.

Il dipinto fu così esposto nella Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda per più di due secoli. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale i tedeschi decisero di salvare le opere presenti nei propri musei, nascondendole in luoghi segreti e così fu anche per la Madonna Sistina che sparì nel nulla. Con l’arrivo dell’Armata Rossa in Germania, iniziò la caccia alle opere d’arte nascoste: per volere di Stalin, il soldato e artista Leonid Rabinovich si mise sulle tracce del dipinto, scandagliando bunker, roccaforti e castelli.

Alla fine la Madonna Sistina fu ritrovata e portata nel Museo Puskin di Mosca, dove vi restò fino al 1956: con il successivo Patto di Varsavia l’opera ritornò al museo di Dresda dove ancora oggi è conservata.

Il dipinto ha catalizzato in modo duraturo e fecondo l’attenzione, si potrebbe dire l’amore, di scrittori e pensatori, ispirando pagine straordinarie: Puškin, Goethe, Nietzsche, Dostoevskij (aveva una riproduzione nel suo studio), Florenskij, Freud.

I russi, soprattutto, hanno provato un trasporto intenso verso l’immagine di Maria dallo sguardo tenero e velato e del suo Bambino, sospesi nell’infinito, protesi verso il mondo, verso le tragedie e le gioie dell’umanità “peregrina sulla terra”.

E lo scrittore Vasilij Grossman rievoca il giorno in cui si mette in fila al museo Pushkin (le opere “tedesche” vennero esposte per novanta giorni prima della restituzione) per andare anche lui ad ammirare il capolavoro tanto celebrato. Ma lui ci vede qualcosa d’altro: quella bellezza senza tempo gli evoca davanti allo sguardo smarrito visioni infernali, quelle che ha dovuto guardare, con il cuore colmo di orrore, nel campo di sterminio di Treblinka.

Contempla la Madonna e pensa: “La riconosco dall’espressione che ha sul viso, negli occhi. Guardo suo figlio e riconosco anche lui dall’espressione adulta, strana. Così dovevano essere madri e figli quando scorgevano le pareti bianche delle camere a gas di Treblinka sullo sfondo verde scuro dei pini, così era la sua anima”. L’autore riconosce che Maria, con il Figlio, ha vissuto “con noi, lei ha vissuto la nostra vita”, ha attraversato gli inferni della storia, quelli che fanno dire a tutti “non c’è mai stato un tempo duro come il nostro, eppure non abbiamo lasciato che morisse ciò che di umano c’è nell’uomo”. (Vasilij Grossman, La Madonna a Treblinka, 1955)


Raffaello, Madonna Sistina, 1513-14, Gemäldegalerie di Dresda – Nazzarena Bernardi