Una delle notizie più interessanti di questa estate è stata quella, riportata da molti giornali, della sentenza francese che ha rigettato le pretese dello scultore Druet che aveva chiesto sei milioni di euro alla galleria Perrotin per avere esposto opere a nome di Maurizio Cattelan e non a nome suo. Druet, infatti, pretendeva d’essere l’unico autore di alcune opere universalmente note come “di Cattelan” (tra le altre La Nona Ora, quella che raffigura Papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite e Him, detto anche il “piccolo Hitler”)

La controversia da un certo punto di vista è morta sul nascere, dato che i giudici francesi hanno rigettato la richiesta perché inammissibile, visto che Druet aveva citato la galleria e non direttamente Cattelan. Ma se anche lo fosse stata la decisione sarebbe stata comunque contraria a Druet perché sempre i giudici francesi hanno scritto nelle motivazioni alla sentenza che “è indiscusso che le precise direttive per allestire le sculture di cera in una specifica configurazione, relative in particolare al loro posizionamento all’interno degli spazi espositivi volti a giocare sulle emozioni del pubblico (sorpresa, empatia , divertimento, repulsione, ecc.), sono state emanate solo da Maurizio Cattelan senza Daniel Druet, non essendo in alcun modo in grado – né cercando di farlo – di arrogarsi la minima partecipazione alle scelte relative alla disposizione scenografica della presentazione delle dette sculture (scelta dell’edificio e dimensione della le stanze che assecondano il carattere, la direzione dello sguardo, l’illuminazione, persino la distruzione di un tetto in vetro o di un pavimento in parquet per rendere l’allestimento più realistico e suggestivo) o al contenuto del possibile messaggio contenuto nell’allestimento”. Quindi le opere sono di Cattelan perché le ha pensate e soprattutto ne ha disposto la collocazione in mostra. D’altronde come dubitare che l’orinatoio di Duchamp fosse di Duchamp e non dell’anonima fabbrica che l’aveva prodotto.

Però, però, nel caso in causa la questione si fa più spessa, dato che questa volta non si tratta di collocare in altri ambienti una merce al fine di suscitare spiazzamento e riflessione, quanto di una statua più o meno definita nei suoi elementi e nel suo aspetto finale (Druet sostiene che da Cattelan arrivassero solo vaghe indicazioni su come realizzare le statue) la cui perfetta realizzazione è certamente un elemento essenziale alla buona riuscita dell’operazione culturale.

In altra causa di parecchi decenni fa la Corte di Cassazione francese aveva dato ragione a Richard Guino contro il celebre gallerista Volard quando quest’ultimo sosteneva di essere il co-autore di alcune statue attribuite in vecchiaia ad un Renoir ormai settantacinquenne e afflitto da pesanti reumatismi. In quella occasione (1973) si stabilì che Guino non era stato un semplice modellatore dipendente, ma che alcune delle opere realizzate su commissione di Renoir avevano l’impronta della sua personalità tanto che, come logica vuole, si concludeva che “le sculture sarebbero state diverse se fossero state opera del solo Renoir

Per di più pare che Cattelan abbia dichiarato “Non so disegnare, non so dipingere e non so scolpire. Le mie cose non le tocco proprio.” Da questo punto di vista il paragone (o il ricordo) espresso a questo proposito da Vincenzo Trione con le botteghe rinascimentali (e oltre) nelle quali il maestro dava indicazione di massima ai propri allievi nella realizzazione di un quadro è, se non fuorviante, quantomeno forzato, dato che di quelle botteghe il maestro era tale perché insegnava agli allievi la tecnica da utilizzare ed interveniva fisicamente per fissare meglio particolari o correggere errori. Qui, con Cattelan, siamo maggiormente nell’ambito del committente e del fornitore (come sostenuto a suo tempo da Vollard a propria difesa e di Renoir), rapporto nel quale il lavoro finito, una volta accettato dal committente, è di quest’ultimo, che quindi lo ha realizzato solo per interposta persona.

Oppure siamo più vicini ad altre opere artistiche delle quali tutti con sicurezza conosciamo l’autore e di cui nessuno si sogna di contestare la paternità: il cinema. Un film viene attributo ad un regista, senza se e senza ma, pur nella consapevolezza che alla sua realizzazione hanno contribuito quasi sempre almeno decine di persone con attitudini e conoscenze specifiche varie. Tutte dirette, però, e supervisionate dal dominus/regista che al termine si assume ogni onere ed onore.

Nelle grandi realizzazioni artistiche, penso agli animali di Koons, al lampadario di Ai Weiwei, in un certo senso anche agli stencil di Bansky e a molti altri, l’arte e la pittura si avvicinano quindi concettualmente all’industria del cinema? Sicuramente alcuni dei nomi citati hanno scelto come collaboratori i migliori grafici, disegnatori, ingegneri, scultori, pittori, già formati e attivi con propri altri lavori ben prima dell’inizio di quella collaborazione, che anzi non avrebbe mai avuto inizio se non ci fossero state opere da visionare e in base alle quali decidere chi “assumere” e chi no.

La manualità e il tocco, la singolarità è quindi relegata all’artigianato o comunque ad un secondo livello?

I singoli artisti, quelli con lo studio, i colori, le matite, i pennelli sono i nostri ultimi Mohicani?

Evidentemente sì e no: esiste ed esisterà sempre un ambito privato nel quale le opere singole, singolarmente prodotte, potranno trovare posto e senso, anche se pare evidente che l’altro mondo, quello delle grandi opere pubbliche e delle grandi commesse si muova con logiche più simili al dorato mondo del cinema.