Da Claudio riceviamo questa recensione del film Gli orsi non esistono di Jafar Panahi.


Protagonista dello struggente film dell’iraniano Jafar Panahi, Gli orsi non esistono, è un regista a cui è stato vietato di girare film dal Regime. Per questo motivo ha affittato una stanza in un paese iraniano ai confini con la Turchia e l’Azerbaigian, e da lì, attraverso delle call, ha iniziato o continuato ‒ non si sa ‒ a dirigere gli attori e i tecnici.

Nel centro abitato, in cui ha scelto di vivere, passato e presente s’intrecciano in modo complesso: si usano i telefonini, la connessione va e viene, ma si rispettano le tradizioni, che ogni abitante sente fortemente come proprie (i matrimoni combinati, tra una ragazza e un uomo più vecchio; il lavare i piedi degli sposi promessi davanti a tutto il villaggio; la convinzione che la donna derivi dalla parte sinistra dell’uomo; il giurare sul Corano, in una stanza apposita del villaggio, per dimostrare la propria onestà).

Il villaggio e l’hinterland che lo circonda, la frontiera con la Turchia, si dimostrano presto pericolosi.

Luoghi che, sprofondati in un silenzio accecante e in un buio assoluto, in modo mai manifesto, attestano la propria brutalità, che a tratti emerge (tra il confine e il paese c’è il luogo in cui regnano i trafficanti di droga e di esseri umani, che sfrecciano a tutta velocità sulle strade sterrate, sotto l’occhio delle autorità; nel villaggio le discussioni finiscono, ad un certo punto, in scontri violenti).

Perché ci sono molti occhi che ci osservano, più di quelli che si può immaginare, dice un uomo del posto al regista, che si domanda come mai si debba fare tutto in segreto e perché sia così difficile passare un confine, senza posti di blocco o impedimenti, così vicino alla cittadina.

Nel villaggio s’insinua il dubbio che il regista abbia ripreso due amanti, perché non vogliono sottostare alle regole del matrimonio combinato. Cosa che, però, si rivelerà falsa: il regista ha scattato, sì, delle foto, ma a quattro ragazze con il velo.

Gli abitanti del villaggio, però, continuano ad essere convinti del contrario. Sono sicuri che questo strano uomo – che fa film e scatta foto – sia complice dei due amanti, che nasconda la foto per proteggere i giovani amanti davanti alla comunità. E sia addirittura una spia.

Inizia così una vicenda kafkiana in cui il regista più si difende e più non è creduto.

Non serve a molto l’aver consegnato la macchina fotografica e dimostrato che la foto in questione non esiste. Non basta neanche che accetti di giurare sul Corano di essere innocente (cosa che farà a modo suo: giurando davanti a una macchina da presa, invece, che sul libro sacro). Nessuno gli crede.

Il regista ‒ dopo il ritrovamento dei due amanti, uccisi, nella notte, forse dalle stesse persone del luogo ‒ è invitato ad andarsene: la sua presenza non è più gradita.

Intervengono anche le Guardie della Rivoluzione, che vengono chiamate da qualcuno del villaggio, e che sospettano che il regista voglia commettere qualcosa di pericoloso. Per questo il regista parte.

Nell’ultima sequenza deve scegliere se andarsene in Turchia o rimanere. Ma non sa cosa fare. Esita.
Il film si chiude con questa scelta non fatta.

Gli orsi non esistono è anche la storia che il regista sta girando. Questa irrompe e spezza le vicende del suo creatore, ma è non solo linguaggio, non è solo elogio del cinema e della sua libertà, o solo meta-cinema. È un’altra prospettiva di vedere e raccontare il desiderio di libertà. Un ulteriore frammento della precarietà con cui si vive sotto un regime.

Nella pellicola del regista si narrano, infatti, le vicende di un uomo e di una donna iraniani, fuggiti in Turchia, che vivono di piccoli lavori precari, ai margini della società, e in perenne attesa, perché non possiedono i documenti necessari per l’Europa. Anche agli attori del film, come al regista, succede qualcosa di tragico: la donna, che potrebbe fuggire da sola, perché ha ottenuto il passaporto falso, dopo un suicidio fallito, riesce a porre fine alla sua vita. Stanca di una vita fatta di una continua lotta, anche per le cose più semplici, come raggiungere un posto che le permetta la libertà. Oltre alla stanchezza è il bisogno della verità che la porta a uccidersi: per entrare in Europa dovranno, non solo comprarsi un passaporto, ma assumere una falsa identità. Cosa questa, che va contro tutto quello che ha lottato nel suo paese. Così anche nell’opera la brutalità della realtà prende il sopravvento sulla finzione, e il film del regista non ha una conclusione.

Panahi si diverte a rappresentare, come in un ‘film-documentario-cinema verità’ la realtà, soffermandosi sui particolari del villaggio in cui si trova, sui particolari della casa, di oggetti comuni ‒ frutta in una pirofila, quadri che ricordano morti nella Grande Rivoluzione, foto o ritratti coperti da anni, animali da cortile, il ronzare di una mosca ‒ come a volerne restituire il senso profondo della terra e della fatica con cui sono state costruite le case, ad esempio. Mai per bisogno di documentare, o descriverne la povertà.

Difronte alla precarietà degli uomini scelti come protagonisti, tutto il resto, le case, i volti scavati dei cittadini sono l’unica cosa a cui aggrapparsi. Anche quando il regista affida la macchina da presa al padrone di casa, lo fa per possedere e restituire immagini aderenti al vero, anche se girate a casaccio, forse seguendo Dziga Vertov, autore de L’uomo con la macchina da presa.

Non bisogna dimenticare che questo è un film che, seppur ambientato in una realtà minimale, parla della paura di quello che non esiste. La gente di città ha problemi con le autorità, noi abbiamo problemi con la superstizione, dice in una sequenza notturna l’uomo del villaggio che ospita il regista. Un uomo che sembra consapevole dell’intrico di formule e rituali ormai prive di senso con le quali convivono per inerzia.
Gli orsi non esistono si avvicina molto alle opere di Kiarostami, cosa evidente già nel precedente lungometraggio di Panahi, il magnifico Lo specchio (1997) o Tre volti (2018), dove peraltro si parlava del cinema e dell’inganno che dal cinema può nascere.


Il film è stato premiato al festival di Venezia.