Riceviamo da Claudio Cherin una nuova recensione. Eccola.


L’ombra di Caravaggio, con Riccardo Scamarcio, Louis Garrel e Isabelle Huppert, scritto e diretto da Michele Placido, è una coproduzione italo-francese, presentata alla 17Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public e in sala per 01 Distribution).

Michele Placido fa del suo Caravaggio un piccolo gioiello noir. Un uomo chiamato l’Ombra (Louis Garrel) è incaricato da Paolo V di indagare sulle frequentazioni di Michelangelo Merisi (Riccardo Scamarcio) nel periodo che ha vissuto a Roma. L’artista, dopo l’omicidio di un suo rivale, Ranuccio Tomassoni, è scappato prima a Malta e poi a Napoli e ha chiesto la grazia papale per poter rientrare nella città Eterna, con la protezione della famiglia Colonna.

Nella Roma del Seicento, si muove scaltro e inquietante l’Ombra, investigatore incaricato direttamente da Papa Paolo V di ricostruire la vita e le opere di Michelangelo Merisi da Caravaggio e verificarne la sua ortodossia, in vista di una grazia del Papa. La sua arte è riconosciuta da tutti, la sua vita è considerata peccaminosa, ma tollerata. Quello che non gli viene perdonato è però il suo non volersi conformare ai canoni dell’arte sacra, decisi dal Concilio di Trento.

Come sempre l’opera di Placido è a tinte forti e decise, cosa che si ritrova anche ne L’ombra di Caravaggio. È un film crudo, brutale, che ricalca la vita del tempo. Michele Placido prova a raccontare la storia, immergendola nei colori tipici del Caravaggio, quelli che qualcuno vedeva come solo nero, grigio, senza sfumature.

Raccontare una storia di un pittore è sempre un azzardo. Nella maggior parte delle volte si finisce per seguire la biografia, scendere in pettegolezzi, più o meno interessanti e più o meno veri, e far disamorare lo spettatore è abbastanza evidente. Oppure si cerca un personaggio laterale, come è accaduto con l’ottimo La ragazza con l’orecchino di perla, film del 2003 diretto da Peter Webber

La pellicola di Placido non è solo una biografia, ma un film in cui si vedono bene, e hanno un grande spazio, le opere d’arte del pittore e di alcuni suoi contemporanei. Si riesce ad accarezzare, attraverso la macchina da presa, i colori e ombre e i personaggi. È difficile dire se siano perfette riproduzioni o i quadri veri: sta di fatto che non c’è nulla che faccia credere il contrario. Alla fine del film, lo spettatore si ritrova a voler rivedere le opere nei libri o in giro per la Città Eterna.

Michele Placido, con L’ombra di Caravaggio, attraversa davvero la Roma del Seicento. Quella Roma, che, fuori dalle chiese e dai palazzi, pulsava di vita. E si percorre il mondo in cui il pittore era immerso: le osterie, le botteghe d’arte, i vicoli e le piazze. Un sottobosco, un mondo lascivo, peccaminoso, allo stesso tempio gioioso e doloroso. È qui che Caravaggio incontra delle prostitute, come l’Annuccia, che diventerà la sua Maria Maddalena dai capelli rossi, e poi il famoso quadro della Morte della Vergine. E Lena (Micaela Ramazzotti), che sarebbe diventata l’ispirazione della Madonna della Serpe, e della Madonna dei Pellegrini. Le prostitute diventano Madonne: una vera rivoluzione, un vero ribaltamento di ruoli, che la Chiesa non poteva accettare.

Questo perché il suo obiettivo è quello di cercare di Vero e di trasferirlo nelle opere d’arte. Caravaggio aveva chiaro sua arte: dipingere il vero, il dolore dell’umanità, i miserabili. Così, mentre l’arte sacra dipingeva in modo edulcorato il mondo astratto, Caravaggio viveva nei bassifondi, nelle strade, tra il popolo, respirava quell’aria e se ne impregnava. Voglio che questo (le immagini delle persone povere, dei malati, delle prostitute) entrino nella mia testa, dice il pittore ad un certo punto a San Filippo Neri. E sempre a San Filippo Neri fa capire come il suo intento sia quello di spiegare alla povera gente il Vangelo, con le sue opere. Per questo viveva a fianco delle prostitute, dei mendicanti, dei derelitti, e li raffigurava nei panni di Madonne, santi e creature mitologiche. In questo modo elevava la povera gente a opera d’arte, li riscattava, in qualche modo li salvava. Mentre una Chiesa, lontanissima da tutto e tutti, se ne dimenticava.

Le commissioni delle opere raffiguranti immagini sacre erano molteplici e Caravaggio era tra gli artisti più in voga a quei tempi, soprattutto grazie alla marchesa Costanza Colonna (Isabelle Huppert) e al Cardinale Del Monte (Michele Placido). La decadenza della città, che si manifestava tra i vicoli stretti dei rioni popolari, coincideva con la realtà di un popolino che conviveva con la miseria, dettata da una società profondamente classista. Caravaggio vedeva nelle persone comuni e nella prospettiva di una luce così oscura, quanto naturale, le raffigurazioni del Sacro. Un atteggiamento considerato sacrilego, in particolare dopo il Concilio di Trento, che dettava precise indicazioni sulle raffigurazioni del Sacro nell’arte

Quello che fa bene il film di Michele Placido è proprio quello di far capire come sono nate quelle opere d’arte, quale il tormento creativo dell’autore, e mostrarne il loro senso più intimo. Non è una cosa da poco: non sempre il cinema, quando racconta di un pittore, riesce anche a concentrarsi sul senso della sua arte.

A fare ciò l’aiuta la fotografia del film, che ha una patina, un’atmosfera, attraverso l’uso di chiaroscuri e luci, che si ritrovano in diverse inquadrature.

Aiuta molto anche l’atelier, immaginato dal regista e ricreato con le scenografie di Tonino Zera, sembra una fucina, dove ad animare l’arte di Caravaggio è il corpo reale, che porta con sé le cicatrici di una fustigazione o il peso della povertà e dell’alcolismo. Sono i volti di emarginati e prostitute, come Lena (Micaela Ramazzotti) o Anna (Lolita Chammah), ma anche di uomini caritatevoli come Filippo Neri (Moni Ovadia), che nella chiesa di Santa Maria in Vallicella accoglieva tutti i pellegrini. Tra questi spicca anche Alessandro Haber che recita la parte di un derelitto che diventa il modello della crocefissione di Pietro. Mentre Gianfranco Gallo è un Giordano Bruno straordinario.

Ne L’ombra di Caravaggio non si assiste ad una recitazione teatrale. Riccardo Scamarcio si cala alla perfezione nel ruolo del pittore, e Isabelle Huppert è una dama che sembra uscita da un quadro di Rubens, e che sa vedere meglio di chiunque altro il genio del maestro. I suoi occhi persi nel vuoto, mentre dice all’inquisitore quanto il maestro volesse rappresentare il dolore del mondo, trasmettono più di quello che si può immaginare. E, senza alcun timore, si può dire che riesce non solo a calarsi nella parte di Costanza Colonna, ma rappresentarne l’intelletto, perché solo una donna di un’acuta intelligenza avrebbe potuto comprendere l’opera di un pittore così fuori dal Canone.

Per alcuni momenti si riesce anche a vedere nel volto della Huppert la Madame Bovary diretto da Claude Chabrol, ma poi si comprende come l’attrice sia maturata e come, nella scena in cui si ritrova sola nel letto, dopo una notte di passione con il pittore, non ci sia nulla che appanni la sua vista, come la ragazza che interpretava nel film del 1991. La Colonna sa che Caravaggio non potrà essere suo e lo accetta: non sogna, accetta. Si perrcepisce come l’Huppert sia perfettamente in linea con la donna che interpreta, innamorata, sì, ma acuta e consapevole del proprio destino.

Costanza Colonna è una donna incredibile che conosce Michelangelo Merisi fin da bambino e poi lo vede crescere. Ma è anche una nobildonna che ne comprende la portata politica. Caravaggio? È un personaggio shakespeariano diviso tra bene e male, giustizia e trasgressione, ma anche un personaggio dostoevijskiano che indaga la vita come la morte. Un pittore e un rivoluzionario» come osserva Huppert, in un’intervista su quotidiano.net

Michele Placido, come abbiamo detto, non si limita a raccontare la storia tra il protagonista e la sua ombra, ma aggiunge numerosi dettagli, che completano il quadro della Roma dell’epoca. Le parole di Giordano Bruno (Gianfranco Gallo) accompagnano la visione mistica di Caravaggio, mentre Orazio Gentileschi e sua figlia Artemisia raccontano il passato ed il futuro della pittura italiana, insieme alla tradizione, dettata dall’Accademia di San Luca e del suo rappresentante Giovanni Baglione (Vinicio Marchioni).

La figura più complessa del film non è però Caravaggio, ma l’inquisitore. Louis Garrel conferma non solo di saper essere un attore poliedrico capace di passare da ruoli diversi ‒ da The Dreamers – I sognatori di Bernardo Bertolucci (2003) a Ma mère di Christophe Honoré (2004) a Un castello in Italia (Un château en Italie) di Valeria Bruni Tedeschi (2013) a L’astragale di Brigitte Sy (2015), All’ombra delle donne (L’Ombre des femmes) di Philippe Garrel (2015) a Mal di pietre (Mal de pierres) di Nicole Garcia (2016) Il mio Godard (Le Redoutable), regia di Michel Hazanavicius (2017) fino al L’ufficiale e la spia (J’accuse), regia di Roman Polański (2019) ‒ proprio per questo riesce a impersonare il ruolo dell’inquisitore con lo sguardo limpido e fermo, che lo contraddistingue.