Ecco la nuova recensione di Claudio Cherin.


La vita non è altro che una favola amara. O forse una favolaccia (usando un sintagma dei Fratelli Innocenzo) per la giovane Princess che dà il titolo all’opera seconda di Roberto De Paolis, selezionata come film d’apertura della sezione ‘Orizzonti‘ all’ultima Mostra di Venezia. 

Princess ha 19 anni, ed è una prostituta nigeriana, lavora generalmente con un’amica con la quale divide i clienti, Sucess. Come un’amazzone, come una ninfa, come cappuccetto rosso Princess vaga, si muove in una pineta. Grazie alla quale si nasconde dalla vita e nello stesso tempo si guadagna la giornata, impersonando con la parrucca dal colore fucsia un personaggio altro da sé.

Per sopravvivere ‘fiuta l’odore dei soldi’ nei clienti, ovunque; è la sua ossessione. Ma lo spettatore comprende subito che c’è una necessità, un bisogno. Princess sogna (è ancora in grado di sognare) un futuro migliore per sé. E per realizzare questo sogno, quello di una vita normale, ha bisogno di soldi. Molti. E per questo deve schivare pericoli e sentimenti, e seguire l’imperativo: mai baciare sulla bocca.

Finché un giorno, dopo aver litigato con l’amica con cui condivide la strada s’imbatte in un uomo, che sembra volerla aiutare. Uno diverso da quelli che frequenta, uno sconosciuto gentile in cerca di funghi nei boschi con il suo cane che, a differenza degli altri, la tratta come persona. La porta a casa, senza cercare sesso, si diverte con lei dando da mangiare ai piccioni in riva al mare, le compra perfino dei lecca-lecca. 

Ma, nonostante tutto alla fine, Princess si salva da sola.

E come nelle favole, la principessa si addormenta in una specie di capanna costruita con dei rifiuti e dorme. Dorme tutto un lunghissimo pomeriggio. E compare una volpe (che all’inizio del film viene definita come ‘un cane del deserto’, portata a casa e mangiata insieme alle coinquiline). 

Il sogno spezza la magia: se la vita scorre tutto sommato serena, il sogno, però, finisce una volta che Corrado è entrato nella sua vita. E a cui Princess ha dato un piccolo bacio sulle labbra.

Il principe non dovrebbe salvare? Nelle favole, sì, in questa favolaccia no. 

È la fine di tutto quello che è stato: al sogno si sostituisce il dolore, un dolore fisico (quello che prova con i clienti), un dolore intimo, forse la disperazione: non ci sarà mai nessuno per lei. Resterà lì per sempre.

No, non c’è nulla di Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini. Forse solo la scena in cui durante un rapporto con un vecchio, che va a prostitute con il figlio, Princess ruba trenta euro, come accade nel romanzo di racconti Ragazzi di vita.

La vita deve essere stata dura, su come sia arrivata a Ostia non si fa menzione. Si parla per poco della Madama, quella che l’ha portata in Italia e che le ha fatto giurare di pagare il debito contratto. Non si parla di sevizie e di violenza, come nel film La sconosciuta di Tornatore. Come nel romanzo di Maria Pia Ammirati Vita ordinaria di una donna di strada (Mondadori, 2021).

Ma basta guardare Joy (Austria, 2019), ora su Netflix un film di Sudabeh Mortezai, o Sherazade di Jean-Bernard Marlin (disponibile sempre su Netflix) per capire come il regista romano sia interessato a restituire un po’ di umanità a coloro che, relegate ai margini, sono viste come persone da salvare e da reinserire nella società, senza mai riflettere quale sia stata la loro vita prima del mare e una volta sbarcate in Europa.

De Paolis racconta la storia intima di questa donna, senza farne sociologia.

Il valore nel film di De Paolis sta nel far comprendere qualcosa: il volto amaro e fin troppo umano, ma non disperato della prostituzione. De Paolis, che si muove tra tragedia e commedia, trova un equilibrio tra la realtà, il sogno e la malinconia della sua protagonista. E il bosco / foresta a pochi chilometri da Roma è come se fosse un luogo primitivo, immaginario e reale allo stesso tempo, fatto di anime perse, animali, prede e cacciatori, personaggi stralunati e strampalati, ma anche lontano dalla società, dove c’è solo l’emarginazione.

Sempre in bilico tra il racconto dal vero di una realtà degradata e quello lirico di un’umanità ferita, Princess è la presa di coscienza di una ragazza che sogna ancora, dopo tanto male subito. Alla sua amica racconta di come il suo corpo e la sua anima non siano toccati da quegli uomini, come se le fosse stato fatto un sortilegio per cui non sente dolore, rabbia o vergogna per quello che fa. Ma è anche la storia di una diciannovenne che, aggrappata al proprio candore per resistere alla ferocia del mondo, forse si perderà con le altre donne agonizzanti che vivono nella periferia.

Glory Kevin, l’attrice protagonista del film, che ha davvero vissuto ai margini delle città italiane, ha collaborato ai dialoghi e a quel miscuglio di italiano e broken english che amplifica la lontananza del suo mondo dal quello italiano. Il regista invita a non giudicare, ma a mantenere uno sguardo libero, aperto, lo stesso che, nonostante una vita ai margini, mantiene la ragazza del film. 

Bravi gli attori tra cui  Maurizio Lombardi nel ruolo di un ricco sfaccendato che si aggira per le strade della pineta in blazer blu e Ferrari bianca, e Lino Musella  nel ruolo di Corrado, il principe che non salva.