Partiamo subito bene e chiaro: il film non vale il biglietto. Quando lo daranno in tv o sulle piattaforme guardatelo. Alcuni lo useranno per addormentarsi. Altri per ricordare. Altri per bearsi della indubitabile bellezza e bravura della protagonista. Fatto sta, però, che il film non ha nulla di nuovo da dire rispetto ad altri ambientati in quegli anni e che trattano più o meno le stesse vicende.

Qui ci troviamo in Francia a Nanterre, città universitaria a circa 15 chilometri da Parigi, sede, tra le altre, della prestigiosa scuola di teatro Des Amandiers, retta da Patrice Chereau, grande regista francese. Un numero imprecisato di ragazzi fanno una audizione per essere ammessi alla scuola, che capiamo non prevedere costi di ingresso. Quaranta saranno ammessi e dopo qualche settimana quei quaranta si riducono a dodici. Questi dodici sono i protagonisti del film. O almeno lo sono in parte, perché la trama fin dall’inizio lascia intuire la volontà di seguire soprattutto una delle nuove iscritte, più che tutti gli altri. La ragazza, che unisce ad una indubbia bellezza, una grande sensibilità e una altrettanto dubbia intelligenza, dopo una iniziale grande amicizia femminile, si va ad innamorare perdutamente del classico bello e dannato, Etienne, misterioso compagno che scopriremo presto drogato e con tendenze suicide. E così il film abbandona progressivamente il gruppo e le sue dinamiche per concentrarsi su questa grande storia d’amore, che ovviamente finisce male.

Fatto sta che la storia dei ragazzi più o meno spiantati e border line che vogliono emergere e che per questo si iscrivono ad una scuola artistica è vista e rivista. Se pensiamo che Fame è del 1980 e al suo successo clamoroso hanno fatto seguito numerose imitazioni cinematografiche e non (tutte le trasmissioni televisive con i vari talent – ma anche volendo anche le varie Isole o Case – trattano lo stesso anelito di libertà e ambizione che caratterizza i ventanni di tutti) capiamo quanto quest’ultimo spunto parta già ad handicap quanto ad originarietà.

L’unica novità è rappresentata da una evidente vena autobiografica della regista, Valeria Bruni Tedeschi, ma anche questo aspetto, al di là del pettegolezzo, avrebbe potuto e dovuto essere trattato più e meglio: perchè una ragazza ricca, molto ricca (le immagini della casa di famiglia non possono che suscitare stupore e invidia), pure cattolica, decide che il teatro dovrà essere la sua vita? Quali insicurezze, quali volontà di ribellione, quali aspirazioni poteva nutrire? Da dove le è nata questa passione? E la famiglia di lei (che immediatamente pare di capire le compra una casa) dov’era? cosa pensava? Questi aspetti per pudore, forse, non sono stati trattati, ma proprio questi avrebbero potuto costituire la novità e il nerbo che nel film manca.

Insomma, come detto all’inizio il film non vale il biglietto, salvo che non si cerchi l’ennesima storia dell’amore duro e puro che sconvolge la vita.

ps: come è cambiata l’industria cinematografica? a produrre questo come molti altri film si sono riuniti circa 20 finanziatori e non stiamo parlando di sconosciuti piccoli e privati investitori, ma delle principali piattaforme in streaming con al contorno una schiera di misteriose società di produzione. Si ha l’impressione che i film oggi debbano partire già venduti, ovvero con profili di ricavi minimi già garantiti dai vari passaggi televisivi e che la risposta del pubblico, sia in termini di botteghino che di gradimento complessivo, sia ininfluente rispetto alla possibilità di coprire i bisogni del palinsesto televisivo. E’ così?