Della cura e valore dei testi editi da Abscondita si è già detto. Nei giorni scorsi mi sono imbattuto ed ho comprato e letto Il ritorno all’ordine a cura di Elena Pontiggia.
Il libro è formato da 32 testi scritti da altrettanti artisti europei tra il 1916 e il 1931 e da un lungo e documentatissimo saggio della curatrice.
Gli anni con il maggior numero di interventi raccolti da parte della Pontiggia sono il 1919, il 1920 e il 1921, che da soli rappresentano 20 testi dei 32 totali. Tra questi fondamentale un testo di De Chirico del 1919 dal titolo Il ritorno al mestiere pubblicato su Valori Plastici. Qui si rivendica, citando Ingres (cui si riferisce come a Giovanni Domenico Ingres), la centralità del disegno per ogni successiva opera artistica (In questo breve saggio memorabile anche il giudizio sulle nature morte come refugium peccatorum della pittura). Il melieu era quello e come già abbozzato nel mio precedente Il novecento italiano la reazione ad una pittura che si era spinta troppo oltre, a loro dire, nella strada dell’infinitesimale in natura (impressionismo) e dell’intimo psicologico (espressionismo e fauve) fu comune a tutti i principali paesi europei.
Il merito, uno dei meriti, del successivo saggio della Pontiggia, curatissimo (l’ho già detto?) e spesso illuminante, sta nell’aver ricordato che una reazione in tal senso aveva già percorso l’Europa prima della fine dell’ottocento. A questo scopo si cita il Manifesto del Neotradizionalismo che nel 1890 scrisse Maurice Denis dove si legge: “Ricordarsi che un quadro – prima di essere un cavallo in battaglia, una donna nuda o un qualsiasi aneddoto – è essenzialmente una superficie piana ricoperta di colori accostati in un certo ordine.” La Pontiggia giustamente sottolinea che è la presenza della parola ordine ad assumere la centralità di quello scritto.
Che il ritorno all’ordine del 1920 fosse stato causato dalla necessità di riprendersi dagli orrori dalla prima guerra mondiale è smentito, quindi, dal capitolo che la Pontiggia dedica a ciò che accadde tra il 1890 e il 1910: esso va visto come intrinsecamente pittorico più che sociale, così come il ritorno all’astrattismo dopo la seconda guerra mondiale non può essere messo (solo) in relazione con l’insopprimibile desiderio di libertà seguito alla caduta delle dittature novecentesche.
In sintesi, quindi, un testo fondamentale per ripensare e conoscere alcuni dei fondamenti da cui scaturì per affiliazione gran parte della pittura fino alla seconda guerra mondiale e, per converso e rifiuto, gran parte di quella post.






