La tv mostra ciò che non vorremmo
mai aver visto, ma che abbiam visto,
che avevamo già visto, troppe volte,
troppe volte, troppe volte, orso che
sbatte la testa nel pozzo orrendo
d’una gabbia da zoo: basta. Basta.

Cosa vale una vita umana,
amici, diciamocelo, noi destra,
noi sinistra, cosa vale, davvero?
Niente. Niente. Non vale niente. Niente.

A dispetto dei discorsi dei grandi,
delle dichiarazioni, delle nostre
cravatte pulite e delle messe
in piega delle signore, non vale
niente.

Ma se invece la vita avesse
un valore chi per errore altre
vite ha ucciso, chi ha deciso,
chi ha ordinato, lui, quel signore,
che parla del valore della vita
lui, sì lui, non dovrebbe ammazzarsi?

In questo gl’antichi sospetto
avesser ragione: il prezzo
della vita è soltanto la
vita e l’aiuto che ci viene
da chi c’ha preceduto è che
solo colui ch’ha sbagliato può
riparare a sua mano all’errore.

L’errore su se stessi, ne son certo,
non innesca la colpa che di padre
in figlio, eredità non voluta,
si trasmette. Finisce. Espia.

D’altronde, il dolore ha principi
contabili semplici e non guarda
al futuro: al sangue si risponde
col sangue e se chi più ha non smette,
l’altro continuerà, ancora, sempre,
fino in fondo, perché il dolore
impazzisce, urla, ferisce, e non
smette finché non sia tutto finito.

Fare i capi di stato non è un
obbligo, non l’ordina il medico:
chi si propone dovrebbe sapere
che è la sua vita che offre e quando
la storia passa a chiudere i conti
bisognerebbe aver sempre
l’abito pronto.

Se così accadesse, sono certo,
tutto improvvisamente potrebbe
tacere e finalmente regalare
silenzio.

Sì, lo so: Dio, tutti, condanna
chi si toglie la vita, ma condanna
pure, chi ammazza, uccide,
il simile suo, specie, fidatevi,
se deve per farlo e nel farlo
forzare tutto se stesso, cambiarsi,
straniarsi, sottomettersi all’altrui
volontà, senz’odio, passione
o sentimento se non pena
infinita per il se stesso
soldato che esegue ed insieme
per l’uomo che viene eseguito.

Perché quel che per l’uomo è scusante
per Dio è colpa: chi la mia voce
abbia udito, non taccia, non giri
la testa di lato, ma interrompa
l’orribile catena di sangue.

Il Profeta, o Dio, che è lo stesso,
(Dio parla per bocca dei suoi profeti)
disse: chi è senza peccato scagli
la pietra. Chi? Ora avanti si faccia.

Guardarsi il mattino allo specchio
nello splendore del giorno che canta
e potersi ritrovare nel volto
sereni, tranquilli, certi, sicuri,
che quel ch’andava fatto noi l’abbiamo
fatto, solo quello, nulla che fosse
vietato, nulla che turbi la mente,
soltanto, e certamente, il giusto.

E guardarsi nella stessa maniera
la sera e ricordarsi bambini
giocanti, palla che corre, rotola,
fino a che bomba non venne,
non venne armato straniero
separando ciò che Dio unì,
le braccia dal corpo, la mano,
la testa, lo snello polpaccio.

E trovarsi sull’oscuro banco
degl’imputati nel tribunale
del sé dove applicando la legge
dei giusti ci si condanna al dolore
perpetuo d’una cella interiore
da cui non uscire più a vedere
ciò che s’è commesso, ciò che s’è fatto,
non le urla, non lo strazio, non i corpi,
non la vita di chi salvo ci guarda.

Per questo dico: meglio ammazzarsi,
morire e non lasciare che gl’altri
pensino quel che noi stessi pensiamo,
che quel giorno noi ci si fece forti
coi deboli e debolissimi con noi,
pavidi, umani, pieni di dubbi,
paure, ansietà, Se la vita nulla
vale, se può esser spezzata, rotta,
recisa, tagliata, per raggiungere
mondi migliori, allora tagliamo
anche la nostra, di chi fece e sbagliò,
e, nel riconoscerlo, ne dedusse
il necessario morale portato:
ho sbagliato e per questo io pago.