Ieri sera ho visto il film Turner.

Come immagino sappiano in molti il tema del film sono gli ultimi venticinque anni della vita del pittore inglese Turner.

Nato, se non vado errato, nel 1775 e morto nel 1851, Turner è da un punto di vista pittorico un genio, avendo aperto la strada a due dei maggiori movimenti artistici dell’ottocento e del novecento, l’impressionismo e l’espressionismo.

Il film da un punto di vista pittorico è davvero notevole per un’unica e fondamentale ragione: si occupa quasi esclusivamente di pittura.

E lo fa in due maniere distinte, ma convergenti. La prima è mostrandoci quel che Turner vedeva. La seconda è mostrandoci il quotidiano della pittura.

Il padre di Turner che compra i colori, le tele preparate, la preparazione dei colori, le pennellate, gli sguardi e soprattutto i paesaggi, i paesaggi mostrati e filmati nelle ore e con i colori e con i dettagli che Turner vedeva.

Coma sanno coloro i quali hanno la bontà di leggermi, io dico e scrivo sempre che ognuno dipinge ciò che vede. Il problema è che ognuno di noi vede cose diverse, in maniera diversa e i colori, le temperature, la vastità che Turner vide e che ci mostrò ci aprirono e ci aprono la mente a nuove visioni.

Tenterò un paragone ardito: così come la gravità esisteva anche prima che Sir Isaac Newton ne descrivesse le regole, allo stesso modo i tramonti e le albe, i mari e le Alpi esistevano prima che Turner le dipingesse, ma da quel momento, dal momento in cui lui le dipinse quell’aria, quei momenti sono l’aria e i momenti di Turner. Esattamente come alcuni cieli sono di Tiziano, altri ancora più liminescenti del Veronese o i tramonti rosati del Tiepolo. La realtà esiste, certo, ma siamo noi uomini a definirla, pittori compresi (quando non in primis).

Un esempio? Il film inizia ritraendo un paesaggio. Non ricordo quale, ma ricordo che io dico a Stefania: “questo è un Turner”

Quel paesaggio prima di Turner non era stato detto, non era stato visto.

La concentrazione con cui nel film il pittore osserva la natura è assolutamente verosimile. Turner era un grande viaggiatore e un grande disegnatore. Dai suoi viaggi portava a Londra idee e colori e atmosfere per i suoi quadri. Ad un certo punto un personaggio minore del film osserva che Turner ha abbandonato completamente la forma. La frase non è particolarmente verosimile nella Londra di inizio ottocento, ma ciò nonostante è vera nel contenuto. Turner abbandona la forma per dipingere ciò che vede: nessun steccato definitorio, nessuna distinzione o confine tra corpi e natura, tutto interagisce nella composizione della visione.

Come dicevo senza di lui Monet probabilmente non avrebbe dipinto Il ponte di Charing Cross e di lì in avanti non avremmo avuto la pittura en plein air e giù per le scale tutte le variazioni e contrasti successivi fino all’espressionismo.

Il film si fa apprezzare anche per l’esattezza della ambientazione inglese, quando da Londra al Kent bisognava andare in battello e ci voleva una giornata, fino a quando Charing Cross fu costruita e quello stesso viaggio fu possibile via strada ferrata.

Che poi l’uomo Turner fosse davvero quella specie di cinghiale rappresentato nel film poco importa. Davvero.

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