Spesso girando per gallerie, mostre ed esposizioni avverto un disagio: la mia pittura mi pare un corpo estraneo a tutto quanto vedo.

Se da un lato, infatti, sul fronte per cosi dire nazionale si è ancora immersi in un lirismo di chiara provenienza impressionista (dico impressionista convinto che l’informale non sia che una impressione a cui si sia aggiunto, a tratti, la potenza del gesto), da un altro si cerca una figurazione che ammicchi al figurativo. In altri ambiti (più internazionali) ci si divide tra progetti e oggettistica dada’ e un iperrealismo di maniera tanto stupefacente da un punto di vista tecnico, quanto stucchevole nei risultati. A tratti emergono figure e ritratti a metà tra il fumetto e l’espressionismo tedesco.

E la mia pittura?

Riprende la cultura dell’ immagine, grandi campiture piatte di colori, studia accostamenti coloristici romani, occhieggia ad un realismo magico alla Klimt e su tutto questo innesta una gestualità finale che continua a sottolineare quanto noi e loro si sia distinti, quanto il vedere spesso sia confondere, quanto il tratto, il segno, il nervosismo non riesca a nascondere il pulsare della vita sottesa, ma giochi con, suggerisca a, sveli e allo stesso tempo confonda.

Questi gli ultimi nati.