Si può parlare di un film che non si è visto se non a spizzichi e bocconi? Forse sì.

Avendo una certa età, una visione lenta e poco parlata ad una certa ora della sera mi è stata fatale, o, meglio, mi ha indotto ciò di cui avevo evidentemente maggiormente bisogno: il sonno.

E d’altronde un film onirico cosa può principalmente indurre?

E sì che ci avevo messo tutta la migliore volontà anche per seguire il consiglio del critico Farinotti che ci aveva ammonito che il film andava seguito con la massima attenzione perché era “un thriller dell’anima”.

Per la verità più che un thriller il film ricorda (mutatis mutandis) alcuni passi della Recherche, con un lento e perfetto periodare, con immagini bellissime e lentissimamente esposte, con una storia esile e già vista. Fratelli che si ritrovano. Genitori da un passato oscuro. Abbandoni. Europa. Nazismo.

Ma il film è anche e principalmente altro. E’ una riflessione sulla memoria e sulla lingua, i due elementi che connotano e distinguono, definiscono una identità sociale. I buoni, i cattivi, gli italiani, gli sloveni e in mezzo, nel film, la natura e, sopra, sotto, davanti e dietro l’acqua, acqua che corre, acqua che sta, acqua che scende, piove e che poi ristagna. Tante immagini nel film di natura e di acqua, bellissime, ritratte con attenzione e sospensione.

E tra tutto questo anche (e soprattutto) l’identità individuale che nella memoria e nei suoi trucchi (come ci ammonisce il personaggio interpretato da Magris) trova conforto, ma anche inganno, tanto da far dire al protagonista “Portami via la memoria e non sarò mai vecchio”.

Paradossale questa frase finale che suggella il pratico disinteresse del fratello al racconto della sorella, paradossale perché la perdita della memoria è ciò che più ci terrorizza della vecchiaia, quello che ci fa dire di qualcuno che non ricorda “non è più lui”. Eppure se ci si pensa a lui, al fratello italiano, scoprire di avere una sorella slovena cosa importa? cosa cambia nella sua vita? la sua identità personale ne viene turbata? Nel film no. E nella vita lo sarebbe stata? Non credo. Che importanza ha quindi questa memoria collettiva, comune?

Queste sono le domande che nel sonno mi sono rimbalzate in testa, negli attimi in cui mi gustavo la preziosità della fotografia, il ritmo compassato, la precisione dei dettagli.

Vale la pena? Il film vale il biglietto? Se armati da pazienza e forti di un regolare riposo notturno, direi proprio di sì, esattamente come vale senza dubbio il biglietto leggere tutte le pagine di Proust, anche quelle iniziali nelle quali il bimbo a letto attende il rientro della madre e cerca di stare sveglio nonostante la candela si spenga.

Post scriptum: non dissi che la regista del film è Elisabetta Sgarbi, sorella del più noto Vittorio. Il film, in effetti, gigioneggia un poco, per noi italioti, nel lasciare intendere possibili risvolti intimi della famiglia Cavallini Sgarbi. Una sorella che cerca un fratello. Una protagonista che si chiama Cavallini come la mamma della signora Sgarbi. Il film che finisce davanti alla tomba dei suoi genitori. Ma questi sono pensieri andreottiani che poco hanno a che fare col film, credo.