Da Mario Rocca, pittore, ricevo e pubblico.

Caro Sandro, per caso mi è capitato di leggere un tuo vecchio scritto su Corcos e la pittura italiana dell’Ottocento. In gran parte sono in linea con te.

Dall’altra mi sto sempre di più chiedendo se il nostro approccio alla pittura non sia una visione di appartenenza ad una linea di pensiero codificata da storici, da critici anch’essi legati ad un percorso preciso.

In Francia e a Parigi in particolare, nell’Ottocento fino agli anni Trenta, si è formato un crogiolo di personalità e di idee paragonabile nella storia solo ad Atene nell’antichità, o a Firenze nel Rinascimento, perciò poco paragonabile ad altri posti nello stesso periodo.

Quello che è nato lì ha condizionato il modo di vedere e di sentire non solo di ciò che è stato fatto dopo, ma ha portato a percepire la storia dell’arte sotto lo stesso influsso, nel bene e nel male. Dico questo perché quando vediamo o giudichiamo un quadro, lo valutiamo in relazione ai parametri dettati da quella linea tracciata da quei movimenti.

Guardando l’Ottocento in generale, è un secolo in cui le esperienze sono molteplici, spesso in contraddizione tra di loro, con fini e modalità totalmente diverse.

Ritornando alla pittura italiana non mi pare che sia fuori di un contesto internazionale. In Francia e in tutta Europa ci sono artisti che, pur guardando e conoscendo le avanguardie, si dirigono altrove.

La cosiddetta “pittura moderna” si concentra sul cercare le particolarità, sia espressive sia dei contenuti del dipingere. Questo è stato determinato anche dall’apparire della fotografia, che da una parte libera dal realismo, ma dall’altra crea disagio se non frustrazione ai pittori. Perciò si esalta la pennellata, il colore, la libertà del gesto.

Altri, pur nell’essere totalmente all’interno del contesto storico artistico, vanno alla ricerca di un fare che non trascuri la realtà visiva e di racconto che la pittura permette. Tra le particolarità del dipingere c’è anche il fascino dell’eleganza e del “bello” senza problemi.

La pittura moderna spesso dimentica questa particolarità, anzi la denigra, contrapponendo ad essa il “pregnante”, il contenuto “psicologico” o quant’altro.

La quiete, il lasciarsi andare nel gradevole del fascino è spesso marchio negativo.

Non si pensa che nella vita c’è il tragico, l’impegnato ma anche, e spesso, un senso di malinconia piacevole, un mondo del ricordo, che affascina e incanta. Non trovo nulla di sbagliato nel dipingere ciò.

Inoltre, al di là di non essere superficiale tutto questo, ci vuole una concentrazione assoluta, un esserci dentro per riuscire ad ottenere ciò, non molto diversa da ottenere risultati in altre direzioni.

Definire lo spazio pittorico è sempre arduo, quasi sempre deriva dalla nostra percezione e dalla cultura storica da cui deriviamo, non è mai un assoluto.

Spesso i dipinti di paesaggio o di scena di autori come Signorini, Michetti, Favretto e di altri sono totalmente impregnati della visione fotografica. Tagli, luci, figure sono delle istantanee, questo comporta anche l’idea dello spazio tempo dell’immagine.

In altri momenti storici gli artisti si sono rivolti al passato prendendo temi, maniere, strutture, che poco avevano a che fare con il mondo che loro vivevano, il neoclassico ad esempio.

Tutt’altra cosa sono gli artisti del secondo ottocento di cui parlo.

Loro sono totalmente dentro alla vita del loro tempo, inoltre hanno creato un tipo di pittura autonoma che non ha riscontro in epoche passate.

Ti ho voluto scrivere queste piccole riflessioni per il fatto che noi spesso diamo valori, tranciamo giudizi su schemi dati, su posizioni statiche.

Credo che dovremmo cercare non conferme di quello che già conosciamo, ma di cercare in quello che vediamo stimoli e valutazioni interne ad esso, ribaltando se c’è ne bisogno le nostre certezze.

un saluto a presto.