Da tempo volevo scrivere qualcosa di “leggero”. Sono venuti fuori questi dieci pezzetti.

Primo.
Cantami o diva dell’amore perenne le gesta, che di cuore in cuore sempre si muove, abbandona gli uni, abbracciando gli altri, in silente rispetto della specie gli impegni, tanto perfetto e tanto gentile pare, pare, da sopportare l’efferatezze più turpi e sostenere, paziente, indecisioni estenuanti.

Gioventù e vecchiaia in questo comuni, sempre paurose di scoprire di sé l’ignoto, il desiderio, nostro fido compagno che in mille avventure ci assiste, in quel gioco di specchi e camuffamenti che da fuori (ma anche da dentro) impossibile, difficile, arduo distinguere nell’alba o al tramonto quando la piena è scemata e nel greto solo limo rimane.

Secondo.
Intrecci di rami sul letto fioriscono sguardi torbidi e silenzi densi di nebbia.
Tutto è finito finché la terra torna d’incanto a girare e gli amanti con lei.

Intrecci di foglie di fiori sul letto profumano ronzii nascosti, mentre in penombra, di lato, il respiro si fa colore crescente.

Terzo.
Appena la barba spuntata, appena il corpo fiorito, gli uni cercano le altre in una corsa continua come se il mondo tutto fosse una discesa continua.

Nel cercarsi, nel trovarsi, si spingono a volte i ragazzi, il branco, la massa, la folla proteggono timidezza diffusa, rendendo possibile quel contatto visivo, quel comune rossore che spinge spesso all’errore di credere il cerchio completo, quando solo, spesso, d’arco o segmento si tratta.

Di qualsivoglia si tratti mai esisterà periodo più dolce, nello scuro e nel chiaro, nella luce e nell’ombra (calde sono sempre le mattina d’estate), quando, fusione assoluta, il tempo d’improvviso si ferma nella certezza che il domani sia l’oggi, finestra aperta, primavera che entra, sole che scalda la sedia.

Noi ricordiamo e viviamo ogni volte l’amata o l’amato riappaia.

Quarto.
Dall’alto le colline di fronte si incrociano e si uniscono, rami spessi di una stessa mano, mischiarsi d’alberi e prati, incupiti solo un poco là in fondo dove lo sguardo (il mio) si spegne.

Quinto.
Nella stabilità apparente dell’età matura le case racchiudono bassi profondi, isterie di soprani e tenori, improvvisi andanti con moto, pastorali, rondò, rincorse e duetti da Kreutzer perfetta.

Di notte si scoprono a volte gesti proibiti, nascosti subito tra pieghe e vestiti, desideri negati, in un inseguimento continuo che diventa galoppo solo se unito a progetto di vita, o in alcune occasioni speciali, tenda scostata, sguardi rapiti, chiacchiere, gesti, parole, si aprono cassetti e scopriamo costumi, maschere, rumori, dentro e fuori scena, colori diversi, nostri solo per recitare, commedia per noi e per l’altra, in una discesa, dentro, che non sempre trova riparo, pace, riposo.

Duttile l’amore insegue segreti dimenticati con cura il mattino seguente.

Rimozione macerie è attività casalinga, saggio di economia domestica.

Sesto.
Le rose fioriscono dove noi si discorre la sera, giardino protetto dal vento, cicale d’un tratto silenti, musica delle nostre voci, sole, nel buio che piano scolora.
Richiamati per cena nell’alzarci vediamo Portofino gobbuto.
Il mare ancora tagliato da luce radente stupisce, come porta oltre la quale non si desidera andare.

Settimo.
Nel tornare alla luce del giorno, nello scoprire profili lontani, nel cielo che piano si apre, la tua intima assenza si fa torrente liscio di pietre, canne e noccioli piegati, attesa d’acqua che scorra.

Ottavo.
E’ stato giusto così, non tanto e non solo ciò che è stato siamo noi che siamo, ma ogni nostra scelta, ogni nostro sentire, amare, sognare, ha condotto – fuoco che piano si spegne – ad un noi oggi migliore, un noi allargato, noi figli, noi mariti, noi mogli, sorelle, fratelli e tutta la banda che in noi qua ora alberga e dorme sonni migliori.
Siamo stati attenti e prudenti, amore mio, e di questo, che è poco, c’è di essere fieri.
Quanto altro dolore avremmo potuto creare? Quanto sconcerto, paura, rimorso, risentimento, rancore, se non fossimo stati ciò che siamo stati, uniti in questo, amore e silenzio.

Nono.
Stesa sei pietra bollente, tuffo in un io profondo, dove tutto è odore e sapore e fame che sbanca l’inerte, festa di luci e colori, giostra che gira.

Dieci.
L’amore paziente che canto è quella parte di noi che profondamente ci unisce, senza che lingua o colore ci fermino, uniti nel comune sentire che insieme noi siamo, null’altro, e separarci è psiche malata.