Grande mostra a Milano su Ingres e sulla pittura francese (e milanese) di quel periodo.

Nato nel 1780, allievo di David (1757) e nemico di Delacroix (1798) (ma anche di Goya – 1746), Ingres arrivò presto a Roma dove si innamorò di Raffaello.

Uso il termine “innamorarsi” per definire quel sentimento di ammirazione e venerazione che contraddistinse tutta la sua vita artistica. Di Raffaello apprese lo studio dei classici, l’uso misurato del colore, il disegno quale base, fondamento ed essenza della pittura. Pittura che deve imitare la natura, sublimandone la bellezza, lasciandone decantare i difetti, cancellandone le irregolarità. Per questo fu nemico di Delacroix e Goya.

Nel suo olimpo pittorico, oltre al semidio Raffaello (semidio è espressione sua, non mia), stava Tiziano. Raffaello il disegno. Tiziano il colore, che non deve mai essere sensazionale, estremo, ma misurato.

Quanto questo atteggiamento “distaccato” fosse frutto (e rifiuto) di una Francia e di una Europa scossa in quegli anni da venti e bufere politiche e militari più simili a tornadi che a temporali e quanto esso sia stato una rimozione salvifica da una passione e da una speranza napoleonica rimasta delusa e rifiutata dalla storia, difficile dirsi.

Certo l’ambizioso Ingres che cercava gloria dipingendo un monumentale Napoleone Bonaparte assurto in trono alla maniera di Dio Padre o che seguiva i salotti dipingendo una altrettanto monumentale opera come i Sogni di Ossian doveva presto rendersi conto di quanto fosse meglio cambiare atteggiamento politico e committenti se voleva continuare a perseguire quella che era non solo la sua professione, ma il suo vero amore: la pittura.

In questa il suo contributo è stato quello di una tecnica sorprendente, che aveva nella velatura e nell’uso contenuto della luce (interno al quadro) quanto serviva ad esaltare quella bellezza solidamente poggiata al centro dell’immagine. Tecnica che fa sì che i corpi (siano essi giovani maschi o odalische) abbiano un impasto morbido e solido allo stesso tempo oppure che il velluto che veste Napoleone sia tattile quanto l’ermellino della stola.

La fluidità del disegno è forse il suo apporto maggiore, fluidità che lo ha portato a forzare, a volte, il realismo dei corpi, fedele ad una massima da lui stesso coniata che vuole il reale a tratti nemico del verosimile.

Fatto sta che la mostra per completezza, impianto storiografico e ricchezza dei contributi merita il viaggio, rendendo giustizia, tra l’altro, ad un grande Appiani, oggi un poco messo in disparte.