Gli ultimi film di Loach hanno perso ironia e sarcasmo. Il vecchio regista ha perso la pazienza ed evidentemente la preoccupazione e l’ansia lo assale e lo vince. Questo senza nulla togliere alla qualità artigianale del film che è bello e angosciante e angoscioso, come le vite di molti di quelli che non vogliamo vedere probabilmente sono. Noi che viviamo al caldo, noi che la parcella o lo stipendio, noi che tutto costa, ma la settimana bianca è sacra e anche un po’, pensandoci bene, le Maldive a Natale.

La vita che fanno i due protagonisti del film è vita? Professionisti con un cliente solo, molto più grosso e organizzato e potente di loro, loro piccoli, soli, disarmati, se non di buona volontà, spirito di sacrificio e pazienza, tanta pazienza. Il parco buoi.

Questo si chiede disperato Loach e noi con lui.

Dell’estero non so, non parlo, ma dell’Italia sì.

Ci sono costi che la collettività non crede di pagare, ma paga. Andare da Milano all’apertura dei saldi a Serravalle Scrivia in macchina in famiglia a farsi pelare per mangiare schifezze e comprare in saldo cose prodotte in tale quantità da finire – terminata la stagione e rimasta invenduta in tutto o in parte – in Africa a pochi centesimi al chilo ha senso? L’inquinamento in pianura chi lo paga? Nel costo del biglietto delle autostrade è compreso anche quanto serve a pulire l’aria dai gas di scarico delle automobili? E lo Stato che si ciuffa percentuali oltre ogni strozzinaggio sul prezzo delle benzina e del gasolio una parte di quei quattrini li usa per migliorare l’aria che respiriamo? Domande retoriche che temo, però, sia il caso di sdoganare dai blog come questo e porle nei Consigli Comunali, in Parlamento, nei Consigli dei Ministri?

E ancora: outlet, grande distribuzione, amazon ammazzano i piccoli, i negozi del quartiere e dei piccoli centri ed allora sarà o non sarà il tempo di chiedersi se ha senso che il nostro testo unico delle imposte non riesca a distinguere tra i piccoli e i grandi ed imponga a tutti le stesse logiche e i medesimi controlli? O questo tempo non verrà mai, perché è meglio che i negozianti paghino il pizzo a vigili e ispettori per non vedere l’insegna più grande, la decalcomania sulle vetrine o il lavorante che entra la mattina alle otto ed esce la sera a chiusura, ma non è un dipendente, ma solo una partita iva?

I grandi facciano i grandi e si organizzino perché sia possibile controllare loro anche l’aria che respirano, ma i piccoli siano liberi di commerciare con una flat tax che inglobi tutto, dal suolo pubblico, alla cosap, alla pubblicità, ai rifiuti e a tutta la solfa fino ad arrivare alla dichiarazione dei redditi. Un negoziante è la cosa più stabile e controllabile del mondo. E con la riduzione delle dirette e indirette li si obblighi ad assumere e pagare i contributi alle commesse e ai commessi. D’altronde il negozio è la loro forza e la loro debolezza, come sanno bene i mafiosi e i camorristi. Si può lasciarli liberi e poi tirare la catena quando si vuole.

Non così i professionisti, quelli delle lobby, i commercialisti, gli avvocati, i dentisti, i dottori, tutti coloro i quali basano il proprio tenore di vita sulla conoscenza e sulle conoscenze. Per questi basta il divieto all’uso del contante sia in entrata che in uscita e la chiusura amministrativa dello studio al termine di un ciclo di anni con dichiarazioni dei redditi risibili quando non in perdita. Se un professionista non riesce a contribuire alla società per mezzo del proprio lavoro allora è meglio faccia altro. Il negoziante per esempio.

Il fisco è una leva potente che lo Stato utilizza in modo inappropriato e maldestro, soffocato come è dai lamenti di chi vede nella leva fiscale uno strumento di giustizia sociale, che non è e non può essere, mentre dovrebbe essere usato per ciò che meglio riesce a fare: indirizzare le scelte collettive nella direzione più utile alla società nel suo complesso.

Quei lamenti, quelle esortazioni, quelle minacce, quegli slogan per un fisco più giusto è tempo che siano smascherati per quel che sono: mezzucci per mantenere lo statu quo, per far sì che le leggi fiscali cercando di inseguire una giustizia che non è di questo mondo continuino ad essere complicate e cervellotiche così da mantenere schiere di professionisti deputati a costruire di giorno occasioni di litigio col fisco per poi smontarle di notte – per così dire – in commissione tributaria, in giudizio, così da raddoppiare la parcella: a quella per fare la dichiarazione dei redditi si aggiunge quella per difenderti in giudizio, che, peraltro, grazie a Dio e alla Nazione tutta, sono tre anche per i reati e le contestazioni fiscali: il brodo si allunga e dove mangiano in due, mangiano anche in tre o quattro o cinque.

Siamo, ci dice Loach, alle nuove schiavitù: se vogliamo impedirle, dobbiamo ripensare tutta la catena, da chi produce e come, a chi vende e a chi compra. Quale mezzo migliore del fisco per mettere ordine in questo guazzabuglio?