L’arte, la pittura, è un linguaggio che ha le proprie origini semantiche, i propri ceppi, le proprie radici, i propri dialetti.

La comprensibilità anche e soprattutto emotiva e la semplicità della grammatica, le sue semplificazioni o, al contrario, i suoi preziosismi e arcaismi ne costituiscono il successo o abbandono.

Il ritratto dal cosiddetto vero, le tecniche classiche, così come passate al setaccio del tempo, studiate e fissate nei secoli attraverso piccole e grandi, costanti evoluzioni ancora oggi costituiscono il linguaggio più diffuso, quasi rappresentasse una lingua originaria.

Ciò nonostante, i linguaggi affermatisi nel corso della fine dell’ottocento e nel novecento, con le loro numerose e varie declinazioni, sono oggi compresi da un pubblico ormai abbastanza vasto, anche se certo il numero di coloro i quali quei linguaggi comprendono non raggiunge l’universalità del cosiddetto realismo.

La questione in ogni caso pare ormai chiara: non c’è e non può esserci in arte un linguaggio prevalente e la disputa non è più, se mai lo è davvero stata, tra astratto e figurativo, ma quale linguaggio sia più il più adatto e consono, sia per temi che per propensione personale dell’artista, a rappresentare e far emergere e percepire ciò che l’artista ha visto, pensato, sentito.

La capacità e il modo poi di ciascuno di “parlare” i vari dialetti costituirà quell’unicum che farà emergere il contributo che ogni singola opera ha dato e può dare alle evoluzioni successive.