Da tempo volevo vedere i paesaggi di Pericoli. Nelle immagini che avevo visto su quotidiani o riviste intuivo una secchezza tattile delle forme che mi incuriosiva.

La mostra di Palazzo Reale a Milano ha ampiamente soddisfatto queste mie curiosità. Sono circa 150 opere, in prevalenza paesaggi o frammenti di paesaggi, anche se non mancano alcuni dei ritratti che lo hanno reso celebre al grande pubblico (Kafka, per esempio)

Tornando ai paesaggi la prima cosa che colpisce è l’esuberanza pittorica di questo ragazzino del 1938. Datati 2021 saranno enne, dove enne, come si diceva a matematica, tende all’infinito.

I formati sono per lo più quadrati ed uguali fra loro, quasi il pittore avesse comprato in serie tele della stessa dimensione e le avesse dipinte con fervore e accanimento alla ricerca della precisione della visione.

Colline viste dall’alto e da lontano. Poco cielo. La terra la fa da padrona. Sagome stilizzate di alberi e filari. Secchezza e pulizia. Colore poco o punto, salvo tornare maggiormente presente nei frammenti. In questo, in questa assenza o modestia del colore diversi da altri che avevo visto riprodotti: qui in questi ultimi il bianco e le terre leggere dominano la scena, unite al nero dei segni.

L’impressione di un debito iniziale con l’approccio nipponico che poi si è evoluto in un linguaggio proprio, quasi un dialetto di quello.

Alcuni sono materici, avendo lavorato su uno strato impresso sulla tela che ne permettesse poi lo scavo, il piccolo buco, la piccola vertigine.

Ma quel che più colpisce è, come dicevo, l’assenza del cielo: terra, terra e ancora terra.

Dei ritratti non dico nulla: che altro aggiungere alla meraviglia di quel segno pulito che coglie con essenzialità carattere, vezzi, posture?

Vale la pena? Certo che sì, decisamente.