Con il permesso dell’autrice, Mirella Tenderini, rubo questo articolo su Gauguin, Tahiti e il mito del paradiso terrestre.

“Si dice che non bisogna mai credere a uno scrittore quando narra i suoi viaggi: spesso quanto più è grande l’autore, tanto meno aderente alla realtà è l’immagine che ci trasmette dei luoghi visitati e delle persone incontrate.

La ricerca del paradiso terrestre: un mito che attrasse generazioni di scrittori e di artisti di ogni paese. Anche Paul Gauguin improntò la sua attività artistica a quel mito, ma nemmeno lui va preso troppo alla lettera quando si ammirano i suoi dipinti del periodo tahitiano e degli ultimi anni della sua vita trascorsi nelle Marchesi.

L’Eden primitivo rappresentato nei suoi quadri non esisteva già più quando egli giunse a Tahiti la prima volta, nel 1891. Da un secolo ormai gli antichi dèi erano stati banditi, e con essi molti dei riti e delle usanze che gli scrittori si ostinarono a lungo a raccontare come ancora esistenti. L’imposizione delle nuove religioni aveva completamente stravolto le abitudini degli isolani, e se le faide tribali e i sacrifici umani non erano certo da rimpiangere, i tahitiani non avevano tratto grandi vantaggi dalla sottomissione alla legge degli uomini bianchi.

In meno di un secolo la popolazione dell’isola, indebolita dall’alcol e inerme di fronte alle malattie mortali importate dai coloni – tubercolosi e sifilide – si era ridotta a poco più di un quarto rispetto a quella che aveva accolto con festosa meraviglia l’arrivo delle navi dei primi esploratori. Ora i centri principali, presidiati dall’amministrazione coloniale, dalle guarnigioni militari e dalle missioni, erano abitati in prevalenza da europei. I commerci erano tenuti da cinesi, discendenti dei mille cantonesi giunti a Tahiti come mano d’opera per le coltivazioni di cotone avviate mezzo secolo prima e in seguito abbandonate. Gli indigeni erano una minoranza e vivevano sparsi per lo più in villaggi lungo le coste o nelle piantagioni di proprietà dei coloni bianchi.

Ma in quest’isola ormai troppo “civilizzata”, e successivamente a Hiva Oa, nelle Marchesi, appena di poco più “selvagge”, Gauguin non cessò di inseguire il suo ideale di un mondo primitivo e innocente nel quale immedesimarsi per trasmettere, attraverso l’arte, un messaggio di bellezza e di purezza primordiale.

La sua non fu mai semplice ricerca di un esotismo alla moda; una ricerca che era iniziata molto prima della sua partenza per Tahiti, addirittura, forse, durante l’infanzia, e poi negli anni trascorsi da marinaio in giro per il mondo; e non era soltanto desiderio di terre lontane, ma una passione totale, la stessa che lo spinse ad abbandonare comodità e benessere e la famiglia stessa per dedicarsi completamente alla pittura. Ogni passo della sua vita, ogni nuovo indirizzo, ogni decisione anche apparentemente insensata mirarono sempre a quell’unico scopo. Gauguin cercava un mondo che non esisteva più e lo trovò. È il mondo che ci ha consegnato nei suoi quadri e che rivive nel racconto del suo primo viaggio a Tahiti, Noa Noa, inattendibile e immortale come le sue opere d’arte.”