Prendete un film corale come America oggi di Altman aggiungete l’angoscia da futuro oscuro di Blade Runner e otterrete Siccità di Virzì.
Molti sottolineano il ritorno con Siccità alla coralità nella filmografia di Virzì, coralità abbandonata da Ferie d’agosto del 1996 o dal Capitale umano del 2014, ma in questo ultimo, nelle nostre sale in questi giorni e in un prossimo futuro su Sky, manca molta, se non tutta, l’ironia e la leggerezza di quello stile. Manca Virzì, in sostanza.
Qui siamo a Roma in un futuro imprecisato (potrebbe anche essere l’estate prossima, dato che l’unica cosa da fantascienza è una siccità tanto prolungata da prosciugare il Tevere) nel quale la povertà di molti si contrappone alla ricchezza di pochi. Ma il problema ovviamente non sta nel tema, piuttosto nella eccessiva numerosità delle storie raccontate, dove anche quelle minori (il negoziante rovinato, piuttosto che il professore veneto travolto dalla Grande Bellezza romana, impersonata da una Bellucci dal sorriso e dal seno prorompente, ma anche l’uxoricida fuori per sbaglio alla ricerca dopo 25 anni di sua figlia) assumono la stessa importanza di quelle maggiori (la dottoressa alle prese con una nuova epidemia e il disgraziato alla ricerca di una stabilità). Troppa roba.
Un film ambizioso. Non completamente brutto, ma non perfettamente riuscito perché impossibile contenere tutte quelle storie, tutto quel disagio, tutto quel dolore in due ore scarse. C’era materiale per fare una nuova Heimat, rallentare ulteriormente il ritmo (che rimane a metà tra la necessità di raccontare e il desiderio di valzer lento), approfondire meglio, non gigioneggiare.
In sintesi, se avete sconti in sala, andate. Se no aspettatelo quando passerà sulle piattaforme e guardatelo ad orari non da sonnolenza improvvisa.