Da Claudio Cherin riceviamo.

Con atmosfere e ambienti simili a quelli evocati da Wim Wenders in Fino alla fine del mondo (1991), unito a una storia d’amore alla Near Dark (Il buio si avvicina) di Kathryn Bigelow (1987) e Badlands (La rabbia giovane) (1973) di Terrence Malick, Bones and All di Luca Guadagnino è un viaggio on the road, l’espressione dell’America dilaniata dalla crisi economica del Midwest e l’acclararsi dell’AIDS degli anni Ottanta, ma anche un’estrema storia d’amore.

No, i due giovani ‒ Maren, interpretata da Taylor Russell, e Lee, Timothée Chalamet ‒ non sono solo adolescenti in fuga, per giunta innamorati, antropofagi, forzati dalla propria natura a nutrirsi di carne umana. Entrambi vivono ai margini della società (appartengono alla schiera dei white trash), costretti a cercarsi una propria giustizia, perché chiunque li considera invisibili. Maren si mette in viaggio, dopo essere stata abbandonata dal padre, per cercare sua madre. Ed è in una delle prime tappe che conosce Lee, personaggio solitario e dall’animo combattivo.

Nel raccontare la storia d’amore impossibile di due ragazzi – Lee che ha divorato anche suo padre, Maren ha sentito il bisogno di farlo con la sua migliore amica – Luca Guadagnino mette in scena corpi agonizzanti distesi supino sul pavimento di casa, sull’asfalto, tra le coltivazioni di mais. Si vede il sangue, si percepisce il nudo e crudo atto dello sfamarsi. La macchina da presa, a questo punto, indugia sulla postura del cannibale, si sposta di lato e inquadra una dopo l’altra numerose fotografie della vittima, ritratta da giovane nei momenti felici della vita: il matrimonio, i figli, la gita con gli amici.

I cannibali di Bones and All divorano per sopravvivere, stanno mesi e anni senza nutrirsi. A volte, disprezzano le persone di cui divorano i corpi (come nel caso del molestatore abbordato tra gli scaffali di un supermercato). Altre volte no. È il determinismo a condannarli all’antropofagia.

Un horror, fino a questo punto si potrebbe pensare a un horror.  C’è chi sperimenta con tecniche e altri linguaggi, inserendoli nel testo/film, chi usa un altro genere. In realtà Guadagnino ha in mente altro. Il bisogno di usare una soluzione di genere per raccontare quello che nei suoi film spesso racconta: l’estremo.

Del resto il sesso bulimico ed euristico di Melissa P.; lo spingere l’uomo adulto ad avere una relazione con la propria figlia, che poi si scoprirà minorenne, in A bigger splash; l’amore come forma di feticismo estremo in Chiamami col tuo nome, quando Oliver vuole mangiare la pesca con cui si è masturbato precedentemente Elio, non sono l’espressione di un andare oltre?

In questo film l’antropofagia è un modo per andare oltre. È uno strumento acquisito dal genere horror, che non ha un valore antropologico, ma amoroso. Una ricerca amorosa.

E lo si comprende alla fine del film quando, come un atto d’amore, un estremo atto d’amore, Maren divora l’amato.

Sì, Maren divora ciò che rimane di Lee, come Heathcliff, in Cime tempestose di Emily Brontë, disseppellisce e abbraccia il cadavere di  Catherine. Come l’io de Storia dell’occhio di George Bataille si spinge verso la violenza per cercare di afferrare in quel pericoloso (quanto effimero) gioco che si conclude in morte.

Così, in questo finale tragico d’amore tra cannibali, Maren non può fare altro che spingersi oltre: divora il corpo del ragazzo che ama, una volta che questi è morto per mano di un altro cannibale.

Solo attraverso un atto tanto disperato e inumano Maren e Lee possono stare insieme per sempre.

Guadagnino non giudica, narra. Offre visuali multi-prospettiche come il racconto del padre di Maren inciso su un’audiocassetta o con le spiegazioni (vere? menzognere?) del vecchio Sully, il primo cannibale che Maren conosce e che finisce per essere motivo tragico della storia.

Bones and All di Guadagnino non nasce solo dal bisogno di trovare nuove tipologie narrative per descrivere la sua ricerca (basta pensare al suo remake di Suspiria di Dario Argento che Guadagnino ha girato del 2018), ma da un’indagine che ricorda le parole di Bataille sull’erotismo.

Per il filosofo francese l’erotismo «connette l’amore non soltanto alla chiarezza, ma anche alla violenza e alla morte ‒ perché palesemente la morte è la verità dell’amore. Come l’amore è la verità della morte», è «conferma della vita fin dentro la morte». Perché nell’uomo c’è «un fondo di violenza. La stessa natura è violenta e, per ragionevoli che noi si divenga, possiamo sempre esser preda di una violenza che non è quella naturale, ma la violenza d’un essere che ragiona, che ha tentato di obbedire alla ragione, ma ha finito per soccombere a impulsi derivanti dal suo intimo, e che egli non è riuscito, appunto, a ridurre a ragione. Vi è nella natura, e continua a sussistere nell’uomo, una tendenza perenne all’eccesso, che può essere ridotta soltanto in parte, mai completamente. È una tendenza della quale di regola non siamo in grado di renderci conto».

A volte, poi, Guadagnino indugia nella contemplazione di un tramonto, di un paesaggio, di un cielo rosato, ma anche di un lenzuolo intriso di sangue, o di un tetro teatro di pasti rituali, oscillando fra estetismo e provocazione, fra body art e bloody performance, senza essere così radicale come alcuni altri cineasti che hanno affrontato temi analoghi, da Liliana Cavani in Cannibali a Claire Denis in Cannibal Love a Julia Ducournau in Raw fino allo struggente maledettismo dei vampiri di Kathryn Bigelow in Il buio si avvicina. Tutte cineaste donne, e non è un caso.