Tema complicato quello di questo film, reso leggero dall’ennesimo ritratto di una Roma cialtrona e festeggiante, quasi che davvero il cinema italiano dal neorealismo in poi non potesse o non volesse (o non riuscisse a) ritrarre gente normale, normalmente parlante, normalmente vivente.

Ma questa osservazione (peraltro solo in parte vera) è ingenerosa verso questo film che fa della malattia un pretesto per descrivere (bene) il rapporto tra un secondogenito e un primogenito, la madre, la cognata, il nipote.

Sullo sfondo, appunto, come un basso continuo, la malattia, il cancro, la morte.

Nove anni fa ci sono passato anche io. Un amico. Un fratello.

Come si affronta quel momento nel quale e a partire dal quale tutto diventa chiaro e, come dire, matematico?

Diego mi disse; è una sentenza. Non appellabile.

In questo film i due fratelli, ma anche gli altri, fanno finta di non sapere. Dimenticandoselo. E facendocelo dimenticare.

C’è un altro modo? Non credo e non solo da un punto di vista di un racconto, di un film, ma proprio nella vita vera.

Unica differenza, forse, è sul grado e sul momento da cui scatta dimenticanza e rimozione.

C’è chi si prepara, prepara le cose materiali, il dopo, parla, sceglie, comunica e poi solo dopo torna a non pensarci (troppo) e chi fin da subito fa finta di niente. Alla guerra si va con le munizioni che si hanno.

Tutti comunque dopo la caduta nel vuoto, dopo il buio dell’angoscia di quell’annuncio, di quella sentenza. Un vuoto d’aria, improvviso, pesante, prolungato. Poi qualcosa sorregge. Poi si torna a vivere. Nell’attesa, ma a vivere. Si alzano gli occhi al cielo e si osservano gli uccelli volare, quell’enorme stormo che nel finale copre il Circo Massimo di Roma del film. Lo si guarda volteggiare godendosi il sole e l’aria fresca di primavera. Nell’attesa.

Bello il film. Vale il biglietto.