Ed ecco che dopo tanto tuonare, piovve. Giobbe voleva incontrare Dio e Dio Padre apparve e apparve davvero in una tempesta. E come tutti i padri (quelli di una volta, intendo) non risponde alle domande di Giobbe, ma gli ricorda solo chi è lui e chi sono loro. Non gli dice dell’Avversario. Non gli dice che è stato lui a permettere tutto quanto gli è capitato. Su questo tace. Senso di colpa? Coscienza che quel che è stato, è stato? Dio non avrebbe potuto riavvolgere il tempo nella sua onnipotenza?

Domande cui il racconto non dà riscontro.

Dio inizia a parlare e l’inizio del discorso sembra accondiscendente, dicendo loro, nel tuono, che porrà domande e che attenderà le risposte di Giobbe. Così da esserne istruito. Ma, a parte la vaga comicità insita nell’idea di Dio che può venire istruito da un uomo, o forse proprio per questo questa retorica suona sia ai nostri che alle orecchie di Giobbe come minacciosa. Tant’è che Giobbe tace. E d’altronde chi può rispondere alle domande di Dio? Specie se queste riguardano la creazione. La prima, infatti, sgombra il campo da ogni equivoco e chiarisce il perimetro di gioco:

“Dov’eri tu mentre io fondavo la terra?”

Non sono domande che abbiano una risposta e quindi a che pro farla se non quella di dire: io sono io.

E le domande continuano in una serie di infinita retorica e bellezza: “dei segni dello Zodiaco regoli tu l’uscita?” E ancora: “il parto delle camosce sulle rupi tu lo prevedi? E vegli delle cerve sul figliare?”

Questo lungo elenco lascia senza parole per bellezza e varietà: né la Genesi, né nessun’altra opera letteraria o pittorica successiva antica o moderna elenca con tale poesia il creato. Ma se questo è indubitabile, è altrettanto indubitabile che alle nostre orecchie la sua risposta è davvero insoddisfacente. Equivale alla risposta che spesso i genitori danno ai propri figli quando questi chiedono le ragioni per un certo diniego e insistono ripetendo: “ma perchè no?” e alla fine il genitore risponde “perché no!”.

Soprattutto il silenzio sull’origine di tutta questa vicenda è alle nostre orecchie colpevole, ma Giobbe non sa ciò che noi sappiamo e quindi schiacciato da tanto eloquio Giobbe tace e, quando poi parla, fa opera di sottomissione, dicendo: “che cosa io miserabile potrei replicarti? una volta ho parlato, due volte non parlerò”

Ma Dio non contento continua nelle dimostrazioni della sua potenza, fino a che Giobbe definitivamente cede: “il mio orecchio aveva captato vaghi suoni di te, ma adesso ti ha veduto il mio occhio. E per questo mi odio e mi consolo sulla polvere e sulla cenere.”

Giobbe come Tommaso del nuovo Testamento? Voleva solo vedere, toccare la magnificenza di Dio? E avuta la sua ricompensa tace? Se non avesse subito quello che ha subito, certo figurerebbe nella lunga lista dei bimbi capricciosi che tanto fanno fino a che non le prendono. Ma Giobbe è Giobbe: per un nonnulla, una prova di forza tra Dio e l’Avversario gli è stato tolto tutto, financo la pelle. Lui non lo sa. Noi sì.

Fatto sta che il senso delle parole di quest’ultima parte è ricordarci quanta piccola parte ciascuno di noi nel disegno generale del creato. Una briciola, un niente, un sospiro. Ma le domande di Giobbe sulla giustizia e ingiustizia rimangono senza risposta e non vale il fatto che Dio, riconosciuto ancora una volta nella sua potenza e inconoscibilità, premierà Giobbe ricostituendo la vita che gli aveva tolto per gioco.

Quelle domande erano e sono senza risposta. Tutte, salvo una, ma c’è voluto il Cristo a chiarirne il senso. Quando Giobbe nel dialogo con i suoi amici pone loro di fronte alla evidenza che anche i malvagi godono dei doni del Signore, senza subirne la collera o il castigo, loro, gli amici, rimangono senza risposta. Questo mancato castigo contraddice la teoria della remunerazione: chi segue la parola di Dio non è certo di avere un riconoscimento, così come chi non la segue, non è detto che venga punito.

Tutto questo rimase un mistero fino all’arrivo del Cristo e alla proclamazione della suprema bontà di Dio: “voi invece amate i vostri nemici, fate del bene, date in prestito senza sperar niente: allora la vostra ricompensa sarà grande e voi sarete figli dell’Altissimo, perché è buono con gli ingrati e coi cattivi” (Luca 6, 35,36). Oppure in Matteo: “amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa sorgere il suo sole sopra i cattivi e sopra i buoni e fa piovere sui giusti e sugl’ingiusti.” (Matteo 5, 42, 43)

Quindi la soluzione è l’intrenseca, l’essenziale bontà di Dio. In Giobbe ce n’è una leggera traccia, quando non punisce i tre amici per non aver saputo difenderne le ragioni, ma li perdona. Sì, però, l’essenziale bontà di Dio non ha impedito che ci si giocasse ai dadi (per dire così) la salute di Giobbe e la vita dei suoi sette figli.

Ma, in ogni caso, anche a voler credere alla bontà di Dio, la storia di Giobbe (e la nostra, specie di questi giorni) lascia aperto un dubbio per il quale le mie conoscenze di teologia sono gravemente insufficienti: bontà o disinteresse? Quella di Dio è bontà o disinteresse? La storia del libero arbitrio ovviamente copre solo la volontarietà (conscia o inconscia – Freud docet) delle nostre azioni e delle loro conseguenze. Ma il male assoluto? Quello che ci ammorba a prescindere da colpe o meriti, dalle nostre azioni? Qui tutto tace e se proprio si insiste si va verso la teoria del disinteresse. Forse è occupato in altri mondi più giovani del nostro nel condurli per mano verso gli insegnamenti del Cristo, che, si badi bene, sono della massima importanza per una vita serena, propria e altrui, riconoscendo nel concetto del “prossimo tuo” la nostra implicita, essenziale (anche in questo caso) natura sociale. Il bene degli altri è il nostro bene, se non altro perché comportandosi bene anche nella sventura si ottiene il massimo cui possiamo aspirare: la vicinanza e l’affetto degli amici. Basta poi che non rompano, come i tre del povero Giobbe.

That’s it.