Mario mi manda questo breve racconto bellissimo:

Quando fischia il vento e passa tra le mie fronde, solletica i miei rami, i ricordi ritornano. Voi uomini credete che noi piante non sentiamo, non vediamo o che le emozioni ci siano indifferenti. Non è così, non è la verità, voi non capite. Non capite le nostre ferite, anche se rimangono indelebili nel nostro corpo.

Per favore guardate quelle tre macchie scure nel mio tronco, se spostate il muschio che le ricopre ci sono le ferite di un mattino del settembre del quarantaquattro.

Tedeschi e fascisti risalivano la valle, due partigiani furono sorpresi, il più giovane scappando si rifugiò ai miei piedi.

Un ragazzo dai capelli scuri, gli occhi vivi, attenti, con quella paura animale che non vede via d’uscita, eppure pieno del coraggio e della determinazione di continuare la vita e la lotta.

Una scarica breve, secca, meccanica. Un’esecuzione, aveva perforato l’aria.

Il ragazzo cadde in modo scoordinato.

Tre fori perforarono il mio legno.

Un proiettile aveva trapassato il corpo adolescente rubandogli la vita.

La pallottola insanguinata arrivò dritta alle mie vene, la mia linfa si mescolò con il sangue.

Rimasi solo, solo tra tutti gli alberi del bosco, ferito non nel tronco ma nell’anima.

Il vento portò via l’ultimo rantolo muovendo le mie foglie in un saluto muto.