Su consiglio di mia moglie ho letto di Nevo Tre piani.

Mi è piaciuto ed intrigato. Bel libro.

Libro strano, comunque, strutturato com’è in tre parti ciascuna completamente separata dall’altra, ma coincidente temporalmente e fisicamente con un unico palazzo che le ospita tutte. L’idea del palazzo quale impalcatura su cui sviluppare le singole storie degli inquilini non è nuova ed anzi è stata più volte usata e abusata. Qui il palazzo è solo un pretesto e i rari riferimenti incrociati (incontri sui pianerottoli o nello spazio antistante) servono solo come condimento alla fantasia del lettore, ma non hanno alcuna funzione narrativa.

Siamo in un quartiere residenziale di una qualche periferia tra Gerusalemme e Tel Aviv.

Come accennavo, la stranezza del libro sta, anche, nel fatto che le tre parti corrispondono a tre dialoghi a distanza tra i protagonisti di ciascuna sezione con altrettante loro affetti distanti. Quasi un romanzo epistolare, quindi. I primi due protagonisti scrivono una lettera o un messaggio indirizzato ad un proprio amico/a lontano/a. La terza registra un lungo messaggio su un magnetofono. La progressiva distanza fisica del destinatario del messaggio dal protagonista è uno dei tratti che rendono più comprensibile una delle possibili chiavi di lettura dell’intero libro. Mentre il primo dialogo avviene con un amico che pare essere ragionevolmente vicino, il secondo è diretto ad una amica oltre l’oceano e il terzo, addirittura, avviene con una persona defunta. Questa progressiva lontananza coincide con una sempre maggiore liberazione dei tre protagonisti dalle loro vicende quotidiane per individuare ciascuno la propria strada (non per niente il libro termina proprio così). Il primo non l’ha proprio neanche capita, la seconda l’ha intuita, la terza l’ha trovata.

Nei tre dialoghi l’argomento comune è la propria vita coniugale e il rapporto con i figli, il tutto condito con gli avvenimenti che nel frattempo si susseguono nella vita di ciascuno. I tre protagonisti sono un maschio e due femmine, o, meglio, un marito/padre, e due mogli/madri. I tre abitano a piani diversi dello stesso palazzo. Tre piani, appunto. Da questo punto di vista a confondere un po’ le acque interpretative, Nevo infila nel terzo racconto i tre piani freudiani dell’essere (es, ego, superego) cosicché il lettore è portato, come in un giallo, a ripercorrere le storie appena lette per cercare corrispondenze con quella impostazione analitica. Che in qualche modo o maniera in parte si trova. Tutto in fondo si trova, volendo.

Fatto sta che il padre/marito è ossessionato dal dover proteggere la propria famiglia e innanzi tutto la sua prima figlia e da questa ossessione viene travolto rischiando di perdere tutto quello che aveva. La prima moglie/madre, sofferente per aver dovuto lasciare il lavoro per fare la madre (con tutti i conseguenti sensi di colpa) e per la continua assenza del marito causa lavoro, oscilla tra gli obblighi familiari consuetudinari (cucina, scuola), depressione e fantasia e ricordi, fino a quando la sorte non la costringe a testare la propria solidità mentale. La seconda moglie/madre e vedova in pensione, dialoga col marito morto raccontandogli avvenimenti tanto sconvolgenti da indurla ad un radicale e definitivo cambio di vita.

Se questa è sinteticamente la trama si capirà che il libro può essere letto come un atto di critica o forse addirittura di accusa verso il ruolo paterno. Il primo padre, infatti, unico presente, è troppo presente e ossessionato dal proprio ruolo per svolgerlo con efficacia, mentre gli altri due, uno è assente causa lavoro e del terzo impariamo nel racconto della moglie vedova la testardaggine e la rigidità che hanno portato ad un tale clima anaffettivo in casa da causare l’allontanamento definitivo del loro unico figlio.

Detto tutto, nel complesso, il libro merita di essere letto anche e soprattutto perché ci dà una immagine di Israele che più che aiutare a capire ci spiazza: che paese è quello in cui tutti fanno il servizio militare obbligatorio e lo ricordano come un periodo se non felice, nomale, di non particolare stress o noia? Contando poi che il paese è sostanzialmente sempre in guerra. Che paese è quello in cui si discute di quali tipi di razzi sono stati sparati? Che paese è quello in cui una manifestazione (2011) di protesta dura per giorni e giorni e i manifestanti piantano tende al centro di un viale alberato dove soggiornare e protestare, protestare e soggiornare? Che paese è quello in cui non si capisce bene che lingua parlino per intendersi l’un l’altro, tanto da fare dire che alcuni manifestanti parlavano un ebraico quasi corretto?

Ciò nonostante ci sono punti che suscitano irritazione e perplessità.

Perplessità, per esempio, circa la psicologia femminile della seconda protagonista (quella che vive tra realtà e sogno) che le fa dire ad un certo punto: “in fondo anche la donna più forte ha momenti in cui desidera sentirsi difesa”. Oppure sempre la stessa in un altro punto, ricordando il primo amplesso con il suo futuro marito scrive: “C’è desiderio e c’è bisogno. Lì, nella Fiat Uno, si trattava di bisogno. Avevo bisogno che qualcuno mi vincesse. Se sei vinta, non hai più paura. Se sei vinta, non te ne frega niente dell’abisso. Te ne stai buttata sul sedile di fianco al guidatore, senza responsabilità. Hai le gambe aperte sul cruscotto, nel corpo ti scorrono flussi di dolore piacevole e credi, almeno per qualche attimo, che niente cambierà…..” Anni di battaglie sulla emancipazione femminile inducono ad un senso di distanza da questo genere di annotazioni di psicologia femminile scritta da un maschio, Nevo. Ma le lettrici non hanno protestato e quindi…

Irritazione quando si legge: “gli italiani, invece, erano molto più conservatori nei rapporti personali, ma la corruzione economica, il dominio della mafia nella vita quotidiana, aveva dell’incredibile. A Napoli non si può aprire un negozio senza il benestare della camorra, e la faccenda più sorprendente è che nessuno ci trova alcunché di strano. Lo considerano inevitabile.” Ora io non so con che italiani abbia parlato il signor Nevo per fare dire ad un assennato ex membro del Mossad queste supposte verità, ma alle mie orecchie suonano molto più come le prime, supposte, che come la seconda, verità.

Ultima irritazione o, meglio, annotazione critica di sapore squisitamente tecnico: tutti e tre i personaggi , pur avendo età diverse, argomenti diversi e diversi interessi, storie, prospettive parlano sostanzialmente la stessa lingua. Usano la stessa metrica nel linguaggio. Hanno aggettivazioni simili. Da questo punto di vista, sembrano la stessa persona che racconta tre storie diverse. L’attenzione alla lingua, ai modi di dire, agli accenti è assente o, forse, tanto sfumata da renderla difficilmente riconoscibile. La cosa è tanto più sorprendente essendo questa una storia israeliana, di un paese cioè dove, mi pare di aver capito, difficile trovare persone che hanno uno stesso ceppo di provenienza storica. I tedeschi e gli americani. I francesi e i russi. Tutti arrivati lì a costituire Israele: ma gli accenti di origine si sono persi?

In attesa di vederne la trasposizione filmica che ne darà Nanni Moretti l’anno prossimo, ne consiglio comunque una lettura in prima persona per dipanare e risolvere dubbi, perplessità e irritazioni. Merita il prezzo.