Nel numero in edicola della Lettura del Corrierone nazionale c’è una intervista a Gian Biagio Conte, filologo, per lunghi anni ordinario di letteratura latina presso varie università italiane, tra cui la Normale di Pisa.

Ebbene, dopo varie domande sui temi della sua formazione e dei suoi lavori, Nuccio Ordine, l’intervistatore, gli pone questa osservazione: “Una cifra della sua scrittura è l’uso del linguaggio metaforico al servizio della chiarezza…

Conte risponde: “Io credo che bisogna essere chiari. L’ho imparato da Remo Bodei, la cui filosofia era legata al metaforeggiare. Ma le sue metafore aiutavano a capire e ad allargare lo spettro della conoscenza.

Molti anni fa qui mi spendevo sullo stesso tema: la chiarezza in scrittura e in poesia. Dicevo allora, e ancora lo credo, che l’essere chiari sia un obbligo specie in questi tempi nei quali l’uso estensivo dei filmati e delle immagini, specie televisive, confonde spesso la corretta comprensione del significato.

Ovviamente non sono così ingenuo dal ritenere che esista un unico e solo significato “vero”: che la lingua (e le immagini) siano un universo multidimensionale non c’è dubbio così come non c’è altrettanto dubbio che proprio per questo ciascun possibile significato identificato dallo scrittore deve essere scritto nella maniera più chiara.

A questo proposito poche pagine più in là, la Lettura dà conto della pubblicazione in italiano di una antologia di versi del poeta spagnolo Rafael Soler. La poesia portata ad esempio ha a che fare con il tema della chiarezza. Essa è:

Di occasioni perse le tasche piene
vieni a sistemare la tua proprietà
con la calma suicida di chi ha
un patto d’onore con il suo carnefice.

le mani tatuate di brina del tempo
in bianco il tuo quaderno dove scrivevi tutto
il cuore logorato dalle intemperie

e sai
che è impossibile tornare a ciò che è stato
che adesso la pioggia si veste di cenere

e che lo scettro
un tempo benvenuto
è oggi bastone con il quale scacci
i gatti che nutrono le tue interiora

monarca di quel poco
e signore di ciò che resta nel nulla

Dalla prima lettura personalmente poco ho tratto. Dalla seconda, e dopo un poco di ragionamento, pare evidente il significato di ogni frase. Anche se alcune oscurità permangono, ad esempio quali interiora nutrano questi benedetti gatti. Ma a prescindere, è questo dunque il parlare chiaro che serve? Per esprimere la stanchezza della vecchiaia è questa la maniera? E’ la poesia che può riconciliare i lettori e le lettrici con la sua malia e la sua grazia?

Ai posteri l’ardua sentenza.