Riceviamo da Claudio Cherin una nuova recensione: si tratta de Il colibrì della Archibugi.

Il colibrì ‒ il nuovo film di Francesca Archibugi, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, Premio Strega 2020 ‒ oltre ad essere una storia sulla borghesia, è una storia di resilienza e di dolore. Marco Carrera, il protagonista, è incapace di comprendere i vizi e le (poche) virtù, nascoste dietro a quell’«illusione di felicità», come si legge nel romanzo, che da sempre lo circonda e che come una «bolla […] li aveva protetti».

Nel romanzo si rimane in attesa di una sua caduta. Di una sua disfatta di fronte alla scoperta e alla visione (Carrera è un oculista e dovrebbe proprio per questo vedere meglio degli altri) del matrimonio logorato dei suoi genitori, del desiderio di morte della sorella Irene, delle relazioni extra-coniugali della moglie. Ma qualcosa lo rende diverso.

Se il protagonista di Caos calmo ‒ altro libro di Veronesi diventato un film ‒ fa elenchi, sprofonda nel dolore del mondo e non riesce ad uscirne, autosospendendosi dalla vita, Carrera ne diventa il centro, un centro dal quale s’irradia la vita (in una delle scene più dense del libro, il protagonista condivide il dolore e la gioia del parto della figlia).

Carrera riesce, anche, ad elaborare un modo per confrontarsi con la vita: resta fermo – come sa fare solo il colibrì, da lì il soprannome del protagonista e il titolo del romanzo – nella disperazione. Elabora una verità approssimativa che di volta in volta modifica («ok, pensò […] non era la verità, ma era una versione che poteva essere accettata»). E prova a garantire agli altri il sostegno, che non trova. Il ‘restare fermi’, in questo caso, è non la passività dell’inetto ma è forza di una vita.

È una narrazione destrutturata, quella che sceglie Veronesi, con una mescolanza di passato e presente; una narrazione che non insegue la mimesi, l’ordine cronologico, ma il fluttuare della mente. La narrazione destrutturata riesce a imporre un ordine nel caos della vita («la cifra assurda»). Lo scrittore dosa le informazioni (la memoria del protagonista, che è fonte del romanzo), la non-linearità, gli sbalzi temporali, che ampliano l’orizzonte del racconto sull’asse temporale, sfuggendo ai rallentamenti dei flashbacks.

Francesca Archibugi sceglie di essere fedele al romanzo, per questo il film non ha una forza sua: la regista avrebbe dovuto scegliere l’ultima scena, quella in cui Marco Carrera muore, e renderla centrale in tutto il film. E attraverso quel lungo pomeriggio di morte, riportare i frammenti delle storie e i personaggi che intorno a Carrera vivono e si allontanano.

In questo modo lo spettatore non si sarebbe trovato un susseguirsi di scatti temporali tanto veloci da sembrare sconnessi tra loro. Come non si sarebbe trovato di fronte a Berenice Bejo, che interpreta Luisa Lattes il vero amore del protagonista, quello ideale e profondo, che finisce per essere solo un personaggio poco strutturato.

Il rapporto tra Marco e suo fratello Giacomo, interpretato da Sergio Albelli, è molto più complesso di quello che appare. Nel film li si vede distanti e lontani, mentre il loro dramma è incentrato sulla responsabilità, che si attribuiscono, della tragica fine di Irene. Mentre la distanza nasce da una presunta relazione di Giacomo con Luisa.

Stessa cosa va detta per la storia d’amore tra Luisa e Marco che si riduce a una frase (un sei il paragone di ogni relazione, ma siccome non siamo stati insieme, vinci sempre, dice la donna con malinconia a un certo punto, quando i due si sono rincontrati dopo anni).

Lo stesso si può dire per la casa al mare del protagonista, luogo importante per il film e per la storia, strutturato in maniera particolare (due villini comunicanti che sono quasi due dimensioni di vita diverse per lui), che si avverte importante ma che, di fatto, non lo è mai, perché rimane pura scenografia.

Francesca Archibugi punta molto sulle relazioni urlate e, alle volte, melodrammatiche delle famiglie borghesi e ad esasperare i sentimenti, piuttosto che a scavare sulle relazioni.

La narrazione appare densa ma la visione è affannata, in cui continui climax tragici che vengono spezzati al loro apice. L’unica scena drammatica vera sembra quella in cui Marco Carrera versa una lunga lacrima ‒ il vero punto d’arrivo, forse ‒ che dura per l’ultima mezz’ora di pellicola.

Gli interpreti, credibili ed equilibrati nell’incarnare personaggi che sono vivi, densi e mai scontati.

La complessità narrativa del romanzo avrebbe permesso, invece, un racconto filmico corale. Che avrebbe dato ad ognuno del cast di ampliare e mostrare qualcosa in più dei propri personaggi come Berenice Bejo (Luisa Lattes) avrebbe dato spessore a un personaggio non proprio a fuoco, o Kasia Smutniak (Marina) a cui è toccato il carattere più insidioso da rendere la moglie fedrifraga e affetta da pseudologia fantastica (quello più espressivo e dai toni più forti e non lo rende proprio benissimo). Nanni Moretti, invece, è a suo agio nei panni del terapeuta (a tratti etereo, e quasi fuori da tutto e per questo così dentro al film). Come lo stesso Sandro Veronesi, che compare in una sola scena, accanto a Laura Morante, in un porticato immerso nella nebbia.