Da Claudio Cherin riceviamo questa sua nuova recensione.


A vestire i panni della Sissi di Marie Kreutzer è Vicky Krieps nessun’altra attrice avrebbe potuto dare un volto migliore alla Sissi del 2022.

Vicky Krieps con la sua fisicità annoiata, distaccata, soavemente altrove, è perfetta per questa rivisitazione del mito dell’imperatrice d’Austria, che la mostra come una donna in crisi e profondamente insoddisfatta.

Il Corsetto dell’imperatrice racconta la figura inquieta di Elisabetta, concentrandosi su un periodo poco esplorato della sua vita, quello tra il 1877 e il 1878, nel quale l’imperatrice, sempre più insofferente alla corte di Vienna, in crisi coniugale, cerca di liberarsi. Elisabetta è alle soglie dei 40 anni, un’età critica per una donna dell’Ottocento: sente di non essere attraente come un tempo e lotta per trovare la sua indipendenza. Pur essendo l’imperatrice di un impero, che ha visto giorni migliori, non riesce ad essere altro che un’immagine, un elemento di rappresentanza come le ripete l’imperatore Franz. Se occupa il posto al suo fianco è solo per la sua bellezza e non per la sua intelligenza. Così è svilita e a disagio, in un mondo di piccoli uomini e piccole donne, che fanno la reverenza, cortigiani incapaci di vedere oltre l’etichetta di corte.

Così si capisce che i veri protagonisti del film sono la sofferenza e l’inquietudine, l’insofferenza, la crisi esistenziale di una donna. I viaggi, gli incontri, Ludwig, il cugino folle che Luchino Visconti ha raccontato nell’omonimo film, sono l’espressione anche di questi sentimenti che la soffocano. Accentuata colonna sonora di Camille (Camille Dulmais) che riesce ad amplificare la stanchezza e la delusione della protagonista.

Sì, la Sissi di questa attrice che riesce a creare empatia e a respingere al contempo, deve, certo, molto alla Maria Antonietta di Sofia Coppola, al Barry Lindon di Kubrick o La Favorita di Lanthimos o alla Diana di Larraín in Spencer.

Come nel film di Coppola troviamo corpi estranei: come ad esempio un trattore moderno. Quasi a voler mettere ancora più in evidenza l’estraneità della donna da tutto ciò che la circonda. Tra ironia e puro divertimento.

Il corsetto del titolo è lo strumento per le donne di quell’epoca di essere accettate. Il mezzo per essere considerate. Il luogo della loro silenziosa tortura per far parte di un mondo, soprattutto per le donne appartenenti ad un mondo aristocratico.

Per entrare in quel guscio ecco allora tutto quel lavoro che pratica su di sé: equitazione, scherma, alimentazione ai limiti. Si sa che Elisabetta era tormentata dalla sua immagine forse più per gli altri che per sé. Aveva evidenti problemi di anoressia e non mangiava praticamente mai, al punto che i corsetti assumevano una forma aliena. Una fetta di arancia divisa a metà per cena, no dolci, tè con una fetta di limone a colazione, no pane e carboidrati, e fare molto sport, dall’equitazione alla scherma, per non diventare grasse. Su questo c’è un punto ben preciso in cui la regista rappresenta al meglio i problemi con l’immagine che aveva di sé: quando la rappresenta alta quanto il soffitto di una delle stanze del suo appartamento.

Ma per Sissi il corsetto, ad un certo punto, diventa guscio, mezzo, come il velo o i guanti, per difendersi dal mondo. Che accentuano il suo bisogno di consolazione. E la sua desolazione. Sentimenti amplificati dalle stropicciate stanze, con le sedie accatastate fuori della porta, con la tappezzeria un po’ logora. E soprattutto il bisogno di essere almeno per alcuni (pochi) momenti la persona imperfetta che può e deve essere stata anche l’imperatrice asburgica.

Kreutzer racconta Sissi come una donna piena di carattere, come una donna con delle valide idee politiche (è testimoniato dalla corrispondenza e dai suoi diari), ma ignorata dal marito. Come una donna delusa, ma anche capace di percepire la tensione che condurrà la Storia alla Prima Guerra Mondiale. Non solo: il personaggio di Sissi parla delle donne e alle donne. Nonostante l’accurato lavoro sugli archivi, la sceneggiatura si concede molte libertà storiche, e proprio questo moto di andata e ritorno tra i fatti e la narrazione, permette un’identificazione che si stratifica su Sissi non più in quanto imperatrice, ma in quanto donna.

Perché, come ha spiegato la regista, molte delle aspettative contro cui Elisabetta doveva combattere continuano a essere imposte alle donne di oggi. La bellezza è ancora considerata la caratteristica più importante e preziosa di una donna. I progressi della Storia non hanno alterato questo concetto, malgrado i movimenti femministi e l’emancipazione delle donne.

Il corsetto dell’imperatrice è anche uno studio sulla rabbia e sull’insoddisfazione femminile, un acuto racconto di come le donne siano state isolate e limitate nella libera espressione del sé. E non offre alcuna consolazione né via d’uscita.

Il finale del film è fantastico: tra accettazione, bisogno di libertà, recupero dell’immaginazione. Come se Sissi riuscisse finalmente ad avere uno spazio tutto per sé, un luogo dove poter vivere. E a deridere quel mondo che le ha fatto solo del male. Dandole tutto il superfluo e togliendole significato.